Non è un paese per donne "Il nostro paese sottolinea a parole il valore della famiglia, ma non fa granchè per sostenerlo effettivamente..."
sabato 5 novembre 2011
Dov'è la politica?
Sono una donna che sente il bisogno di condividere alcune riflessioni, in ordine sparso e per mancanza di spazio e tempo anche un po’ ‘schematizzate’.
Una donna che non ama ragionare per categorie, per la quale l’età, la fede, l’identità sessuale non sono categorie della politica, se non in quanto permettono di creare condizioni di pari opportunità e dignità per tutte. Una donna di sinistra che è cresciuta credendo nella politica come ‘servizio’, poi abbiamo imparato anche il valore della politica come ‘desiderio’ e dunque perché non ‘desiderio di rendere un servizio’ nella e alla società della quale facciamo parte, cioè noi stesse, con un modo di fare politica diverso, il valore aggiunto della politica ‘agita’ dalle donne.
La politica, appunto, quella che mi aspettavo di trovare nel Congresso UDI di Bologna, declinata in discussione, per quanto aspra potesse essere, confronto e proposte sul tempo e la realtà nella quale viviamo. Mi aspettavo di sentire le voci delle donne dell’UDI sulla proposta di legge del 50&50, sulla riforma delle pensioni che penalizzerà ancora una volta pesantemente le donne, sulle giovani done che rischiano do non lavorare mai, sul tema della conciliazione di tempi ed orari, e potrei continuare a lungo su tutte le questioni che riguardano la ‘qualità e dignità della vita’ delle donne ( e non solo). Ebbene, tranne pochi interventi, quello della Direttrice di Noi Donne, cui ho voluto scrivere in quanto da sempre punto di riferimento per l’UDI, di alcune donne di Roma, di una donna dell’UDI di Catania e perfino di una donna colombiana e dunque ‘lontana’ dalla realtà italiana e poche altre di cui non ricordo il nome che hanno cercato in qualche modo di ‘mettere i piedi nel piatto’, della politica ho perso quasi subito le tracce. Anzi, ho sentito con dolore spirare quasi subito il vento dell’antipolitica, in nome di una malintesa (a mio parere) autonomia tout court dai partiti e organizzazioni che della politica fanno la loro ragion d’essere, (lo stesso vento che da troppi anni spira a raffiche impietose sul nostro Paese). L’episodio emblematico di tutto ciò è stato il rifiuto a confrontarsi nel congresso con donne delle istituzioni, prima ancora che della politica, Rosy Bindi una per tutte, perdendo così l’occasione di manifestare loro insoddisfazioni e istanze, di ‘inchiodarle’ alle proprie responsabilità e perché no, contestarle per l’eventuale mancato impegno ‘dalla parte delle donne’.
Invece ho visto giovani donne fare della giovane età un valore assoluto, quasi proclamandosi ‘rottamatrici ‘ dell’UDI ma non le ho sentite parlare di politica, ne ho sentite altre fare interventi al limite dell’intimidazione verso le, non poche, voci critiche sugli ultimi anni di gestione politica dell’UDI, che per qualcuna arriva ad identificarsi con la persona della Delegata Nazionale in carica fino al Congresso (ma il partito ad personam non c’è già?), ho sentito parlare di ‘rapporti personali’come motore dell’agire politico, di madri che ‘uccidono’ le figlie, di donne che hanno fatto la storia dell’UDI come Medee incapaci di mettersi da parte. La ‘critica’ è stata definita ‘delegittimazione’, quando non ‘aggressione’ e (sic) ‘vendetta’.
Fino ad assistere ad un’invereconda mise en scéne dell’indignazione, (verso chi o cosa non l’ho ancora capito e me ne scuso…) che si sottraeva subito dopo al confronto aperto in sede di dibattito, dimostrando così di aver ‘rottamato’ anche i fondamentali della democrazia.
Si potrebbe pensare che “la situazione è grave ma non è seria” ma invece a mio parere è terribilmente seria, anzi pericolosa e triste perché ho visto in due giorni quello che non mi sarei aspettata, una deriva culturale e di linguaggio, specchio in piccolo di quella che affligge il nostro Paese, un metodo che si è fatto ahimè sostanza in quest’occasione e che mi ha ricordato la peggior politica e gestione di potere declinata al maschile.
Mentre intorno a noi il Paese brucia…
O sono l’unica ingenua donna di 50 anni ma con un suo passato politico che crede che l’UDI sia un’organizzazione che fa politica nel mondo reale e non in un altrove tanto ‘puro’ quanto ‘indistinto’ , autoreferenziale e incapace di incidere sulle cose, nello stesso mondo reale di partiti ed organizzazioni con i quali ( non con tutti) si troverà in sintonia a volte, altre in aperto disaccordo.
Sono l’unica donna che vuole un’UDI che dia voce alle donne, “amiche, complici, amanti” o meno, che dia loro proposte, risposte un’UDI insomma che come tutte noi dovremmo fare, ‘si sporchi le mani’?
Marilù Cafiero, Roma
(04 Novembre 2011)
venerdì 7 ottobre 2011
Barletta: un evento che ci riguarda tutte ci responsabilizza ancora di più

Un commento alla morte delle operaie tessili di Barletta rimaste coinvolte nel crollo di una palazzina.
Da sempre, ogni 8 marzo in un modo o nell’altro qualcuno racconta l’origine di quella giornata, che fra critiche e consensi comunque ha accompagnato la nostra vita e impegno di donne. Si dice, si racconta che la ricorrenza ebbe origine o fu dedicata alle operaie di una fabbrica tessile di New York che morirono bruciate, dopo giorni e giorni di sciopero… Questa storia mi è tornata in mente mentre leggevo le cronache della tragedia di Barletta, mentre mi domandavo come, in quale modo queste morti tragiche di giovani donne potevamo non solo accompagnarle con il nostro dolore e la nostra rabbia ma non abbandonarle, accettando che come tante altre terribili notizie in pochi giorni svaniscano dalla cronaca e dalla storia; mentre sentivo il bisogno urgente di dire o scrivere qualcosa quasi per dire seppur con parole senza originalità che questo tragico avvenimento riguardava anche me.
Matilde, Tina, Antonella, Giovanna e Maria la figlia dei proprietari del “laboratorio” è stato scritto e detto in decine di articoli e lo ripeto soltanto, erano donne giovani come tante altre, che mentre noi leggiamo e scriviamo continuano piegate al loro lavoro in infiniti scantinati d’Italia, pensando che a loro non capiterà, magari continuando a scherzare, parlare, raccontarsi per far passare il tempo del lavoro nel migliore dei modi, come facevano le mondine che per darsi forza cantavano canzoni arrivate a noi come testimoni di un coraggio e di una vitalità che non s’arrende. La tragedia di Barletta è grande, enorme, umanamente e simbolicamente, per questo, per essere un piccolo spaccato di miglia di altre donne che oggi nel nostro paese al Sud soprattutto ma non solo si adattano si arrangiano ad accettare ogni condizione, senza neanche pensare di contestare perché comunque: c’è almeno “quel poco” con cui aiutare la famiglia o il proprio stesso futuro. Una storia che va detto non è certo nuova, se pensiamo per quanti decenni si è parlato dei caporali che “radunavano le donne" in pulmini, quando gli immigrati erano di là ancora da venire e le portavano a lavorare nelle campagne a prezzi stracciati analoghi a quelli delle nostre operaie.
Ma proprio perché si è lottato tanto per migliorare la condizione dei lavoratori,delle donne abbiamo pensato per anni che alcune pratiche di sfruttamento totale potessero essere superate e che le condizioni fossero cambiate per sempre.
Invece in questa Italia che decade e affonda, proprio sul lavoro come sottolinea efficacemente la copertina di NOI DONNE, la condizione delle donne nella società, nel lavoro è divenuta,a loro spese, la cartina di tornasole del fallimento di un paese, governato in modo indecente. Ma rabbia, malessere dolore non possono farci fermare alla constatazione dei fatti senza pensare a che fare, cosa dire. E allora, non a caso ho scelto NOI DONNE per dire in qualche modo anche la mia e unirmi alla lettera aperta che Tiziana Bartolini ha rivolto a Susanna Camusso ed Emma Marcegaglia dal titolo: Lavoro,Un patto di donne.
Nella lettera di Tiziana vi è una frase che oggi pensando a Barletta appare profetica: "Il lavoro femminile è sottopagato e sempre più precario,anche quando le donne esprimono professionalità qualificate…” Le nostre donne di Barletta credo che dobbiamo dire che svolgessero professionalità qualificate perché solo per questo si riesce a fare bene in condizioni così precarie, in un “impresa manifatturiera" di cui oggi riesce difficile dire tutto il male che andrebbe detto e che sappiamo, per non infierire sul dolore di genitori che lì hanno perso la figlia Donne che se ci fossero state le condizioni solo di qualche anno fa sicuramente sarebbero state bene in alta sartoria ..per produrre quella qualità che ci ha resi famosi nel mondo per i nostri marchi e che oggi viene sostituita in tanti casi da una rincorsa a fare, seppur con tutto il rispetto, quel che fanno i laboratori dei cinesi. Pur di poter scrivere in una concorrenza al ribasso Made in Italy.
Che fare allora? Rafforzare il confronto fra le donne, in ogni realtà dove sia possibile ottenere dei risultati, far crescere la consapevolezza femminile, chiedere a chi ha ruoli di usarli, essere consapevoli che siamo tutte in gioco e “ricacciate” indietro ma anche che come donne abbiamo una forza,una capacità da spendere .. quella forza che chi sa con quanta convinzione: Matide, Tina, Antonella, Giovanna e Maria mettevano nel proprio lavoro e nel proprio impegno convinte di farcela.
E ce l’avrebbero fatta se una società in tante sue espressioni, così poco seria, superficiale, decadente, colpevole tanto da annullare il buono che pure c’è, come la nostra, non avesse ritenuto che le crepe di un palazzo possono essere, non così gravi. Di crepe per altro considerate ininfluenti siamo circondati ma questo governo non sembra preoccuparsene più di tanto mentre il mondo ci guarda sgomento e incredulo..
inserito da paola ortensi--Noi Donne
(05 Ottobre 2011)
lunedì 5 settembre 2011
Il coraggio di Concetta
l coraggio di Concetta affogato in un bicchiere di acido muriatico
Alcune donne, che avevano deciso di collaborare con gli inquirenti, si sono suicidate con l'acido muriatico, vanificando il coraggio di scegliere di schierarsi contro le organizzazioni criminali d'appartenenza.
inserito da Maddalena Robustelli
Sono trascorsi pochi giorni dalla morte della trentunenne Concetta Cacciola, collaboratrice di giustizia, a seguito delle tremende lesioni interne causate dall’acido muriatico ingerito. La scorsa primavera aveva deciso di raccontare le storie della malavita calabrese, vissute indirettamente perché nipote del boss Gregorio Bellocco e moglie di Salvatore Figliuzzi, altro esponente delle organizzazioni criminali locali. Il programma di protezione concessole dallo Stato aveva determinato l’allontanamento dai figli, confinata com’era in una località segreta del Nord. Ad agosto, però, è rientrata a Rosarno per rivedere i suoi cari e di lì a pochi giorni è stata ritrovata morta suicida. Per dirla con le parole di don Marcello Cozzi, rappresentante in Basilicata dell’associazione Libera, ci troviamo di fronte ad una doppia sconfitta dello Stato perché, se realmente Concetta ha deciso di morire, è probabile che questa scelta sia stata suffragata da un insufficiente programma di protezione, che l’aveva lasciata sola con la sua decisione di collaborare con la giustizia; diversamente, se è stata “suicidata”, occorrerà che ci interroghi sull’effettiva qualità delle misure poste a garanzia della sua vita. Questa seconda ipotesi appare quantomeno da prendere in considerazione, perché nel giro di 5 mesi ben 3 donne, che avevano deciso di infrangere il muro di omertà imposto dalle famiglie malavitose, hanno subito la stessa morte, ossia per il tramite dell’acido muriatico. Così, come per Concetta, è stato per Orsola Fallara, dirigente del settore bilancio e finanza del comune di Reggio Calabria, e per Santa Buccafusca, moglie di un boss delle cosche vibonesi. Sono proprio le medesime modalità di morte a gettare ombre su questi suicidi, perché fa specie che chi decida di togliersi la vita utilizzi un mezzo che causa sofferenze e dolori lancinanti, prima che si esali l’ultimo respiro. Parrebbe un messaggio occulto da far comprendere a quante abbiano la tentazione di diventare informatrici, consentendo agli inquirenti, per il tramite dei loro racconti, di ottenere risultati positivi sul fronte della lotta e del contrasto alle organizzazioni criminali. Adriana Musella, presidente di Riferimenti, il Coordinamento nazionale antimafia, recentemente ha chiesto alle donne di mafia un atto di coraggio per emanciparsi dai vincoli con le “famiglie” malavitose, in nome dei loro figli. Evidentemente si è di fronte ad una parziale presa di coscienza sul tema in questione, determinata dalla consapevolezza e la volontà di contribuire a costruire un mondo ed una vita migliore per sé e per i propri congiunti. Ne è prova evidente Denise Cosco, figlia diciottenne di Lea Garofalo, collaboratrice di giustizia, uccisa nel 2009 alla periferia di Milano e sciolta nell’acido per ordine del suo compagno, Carlo Cosco. Questa giovane donna ha deciso di onorare la memoria ed il coraggio della madre costituendosi parte civile contro il padre ed il sistema che egli rappresenta, perché, come scrisse Denise in un sms, non sapeva più cosa fare. “Così fanno fuori pure me, devo stare zitta e basta”, ma quel “basta” deve esserle apparso un macigno così tremendamente pesante da farle perdere ogni speranza nel futuro. Lei che, invece, vuole essere una ragazza normale con i suoi diciotto anni, desiderosa di aprirsi ad un mondo normale che non ha mai conosciuto, costretta, come è stata, o a nascondere la sua infanzia con la madre sotto il programma di protezione, o ad annullarsi come adolescente sotto le leggi dell’antistato, perché dopo l’uccisione di Lea fu obbligata a ritornare da Milano in Calabria. Denise con un atto di coraggio è riuscita a superare il tormento della condizione ambivalente di figlia ed orfana di mafia e costituendosi parte civile nel processo contro il padre spera di assicurare a sé ed ai propri figli un futuro di vita e non di morte. La sua volontà, però, da sola non basta, occorre che la sua decisione sia suffragata da un adeguato sistema di garanzie a tutela della sua incolumità. Non vorremmo che mai assaggiasse l’acido muriatico, come è stato in questi ultimi mesi per Concetta, Orsola e Santa e qui entra in gioco la credibilità dello Stato, che deve assicurare a chi sceglie di collaborare con gli inquirenti una vita sufficientemente dignitosa. Concetta, probabilmente, è morta perché, ritornata in Calabria per rivedere i figli, lasciati al momento di entrare sotto il programma di protezione, non ce l’ha fatta a sopportare le pressioni causate dalla sua scelta di contravvenire alle regole dell’omertà malavitosa. Un fenomeno nuovo, sfuggito al controllo dei clan criminali, rischia conseguentemente di trovare le istituzioni pubbliche incapaci di governarlo e atte a vanificare l’audacia messa in campo da queste donne nella costruzione di un mondo nuovo per i loro cari e di riflesso per tutti noi. Denise, pensando al suo presente, ha detto di recente: “ripongo una grande speranza in questo processo”, la speranza di una rinascita avvenuta nel nome della madre e di quante come lei hanno deciso o decideranno di non essere corresponsabili di un sistema fatto di soprusi, violenza e morte.
sabato 27 agosto 2011
Ma le donne no. Come si vive nel paese più maschilista d'Europa
“La libertà è avere dei diritti – scrive Caterina Soffici – e delle leggi che li tutelano. La libertà è quando puoi reagire al sopruso. Quando puoi farcela camminando sulle tue gambe, senza dover chiedere favori...
inserito da Loredana Massaro
Leggete questo libro. Leggetelo tutto d’un fiato. Lo leggano soprattutto le donne ma lo leggano anche gli uomini. Uno dei concetti che mi ha colpita e che mi vado ripetendo ormai da giorni, è questo: “banalmente persone”. Così scrive la giornalista Caterina Soffici, perché non siamo considerate “persone” ma siamo considerate “donne”, persone solo nell’accezione della differenza di genere. È così che ci considerano gli uomini ma è così che si considerano anche tante donne.
Dal dopoguerra in poi in Italia abbiamo operato una sorta di marcia indietro, l’uguaglianza è solo una bella parola, se le banali persone, di cui prima parlavamo, non sanno che farsene. Ecco l’involuzione dei nostri giorni e un duplice problema: o non abbiamo voluto difendere il principio di uguaglianza per pigrizia, per furbizia, per comodo o, in seconda ipotesi, i poteri forti che reprimono, sono troppo forti per essere sconfitti.
Le donne che oggi si pongono il problema sono viste come delle “passatiste”, un folklore fuori luogo, il Sessantotto è finito, gli anni Settanta sono andati e per chi avesse la buona volontà di pensarci su, c’è un sorriso di compatimento. Salvo poi indignarsi per l’ultimo disumano fatto di cronaca che è accaduto proprio sotto casa nostra. Niente di cui meravigliarsi, una società violenta, che esclude, genera violenza e tocca a noi porre fine al circolo vizioso.
E per iniziare le discriminazioni sui posti di lavoro. Le donne vengono pagate meno degli uomini o impossibilitate ad accedere ai ruoli di dirigenza. Qualcuna ce l’ha fatta. Lilly Ledbetter è una donna che da sola, è riuscita a vincere una causa contro una delle multinazionali più potenti d’America, è fautrice di una legge contro le discriminazioni sul lavoro, la prima legge firmata tra orgoglio e commozione dal presidente degli Stati Uniti, Obama Barack, il 29 gennaio 2009, a ridosso del mandato presidenziale. I due si abbracciano e scendono le lacrime alle dieci e mezza di un freddo mattino a Washington. Un coraggio e una forza morale tali da vincere un colosso come la Goodyear.
In tema di diritto del lavoro, il divario che emerge tra la giurisprudenza italiana e quella emanata dai parlamenti di paesi europei a noi tanto vicini, lascia davvero sbalorditi. Fantascienza e medioevo convivono a pochi chilometri di distanza, separati da una fitta rete di leggi e sostegni economici che proteggono le donne sul lavoro: leggi contro il mobbing, contro la discriminazione delle madri, leggi sul part-time, periodo di aspettativa fino a tre anni per le neomamme, congedo per paternità fino a dodici mesi, assegni familiari “veri”, garanzia dell’80% o del 100% della busta paga nei periodi di malattia del figlio, defiscalizzazione sul lavoro di colf e baby-sitter, la certezza di un posto all’asilo nido, sussidi pubblici a sostegno della natalità, promozioni e avanzamenti di carriera comunicati addirittura durante la maternità.
Intanto in Italia quella che la ministra Stefania Prestigiacomo ha cercato di far passare in Parlamento fino alle lacrime, è la legge sulle quote rosa, le votano contro e la legge non passa. Sarebbe potuta essere una insperata opportunità per le donne italiane e invece finisce con la bocciatura e l’elargizione dei sorrisi di Berlusconi a destra e a manca dell’aula parlamentare a significare “faremo come se…” e il pianto della Pdl Prestigiacomo che degli anni Settanta, ahimé, non ha davvero nulla. E correlato, il velinismo e la prostituzione che conquista seggi nel parlamento italiano, seggi nel parlamento europeo, conquista ministeri. Così se il parlamento non approva le leggi sulle quote rosa, riserva a donne posti (pochi!) in parlamento, ossia li riserva a donne che elargiscono i loro favori agli uomini politici italiani. Qui forse qualcuno reagisce al torpore generale, non fosse altro per quel retaggio cattolico e un po’ bigotto che ogni italiano e italiana si trascina dietro da sempre.
Infine la pubblicità e i mass media, la dittatura della bellezza e della giovinezza, il corpo delle donne usato come oggetto per vendere oggetti sessuati, per esempio abiti indecenti, che spingono a vestirci in modo altrettanto indecente. Le immagini pubblicitarie che le multinazionali diffondono a valanga nel nostro paese e che, in assenza di divieti legislativi e regolamentazioni, operano una coercizione e una violenza morale che in altri paesi dell’Unione europea, non è permessa in quanto offensiva della dignità delle persone. Comprovati studi scientifici sulla mente umana, hanno constatato che se un messaggio arriva martellante sulla corteccia cerebrale, uomini e donne saranno portati a ritenere le false credenze come vere e quindi a farle proprie. È così che successe con la propaganda nazista contro gli ebrei.
(4 agosto 2011)
di Loredana Massaro
mercoledì 27 luglio 2011
SIAMO TUTTE NORVEGESI.
ROMA / Siamo tutte norvegesi
GIOVEDI' 28 LUGLIO A ROMA VEGLIA DI DONNE IN RICORDO DELLE VITTIME DELLA STRAGE DI UTOYA
LE DONNE DI ROMA CONDIVIDONO UN DOLORE CHE È DI TUTTE E TUTTI GLI EUROPEI,
E PARTECIPANO AL LUTTO DELLE MADRI E DEL POPOLO NORVEGESE.
NO ALL'INTOLLERANZA E ALL'ODIO XENOFOBO.
PORTA UN FIORE BIANCO E UNA CANDELA.
GIOVEDÌ 28 LUGLIO 2011, ORE 19
DAVANTI ALL'AMBASCIATA DI NORVEGIA, VIA SAN DOMENICO 1
E’ stata promossa da un cartello di associazioni e gruppi di donne della Capitale, la Veglia Cittadina in memoria dei Ragazzi e delle Ragazze Norvegesi, vittime incolpevoli della strage perpetrata con folle disegno criminale nell’isola di Utoya. “Un atto dovuto”, dicono le promotrici, “per condividere un dolore che è di tutte e tutti gli Europei, per essere vicine alle madri ed al popolo norvegese in lutto, ma anche un atto di denuncia e di resistenza contro l’intolleranza e la xenofobia che cerca di seminare l’odio in Europa. Il Novecento ha già vissuto tutti gli orrori e le tragiche conseguenze del delirio nazista, l’Olocausto e la morte di milioni di persone indifese, piccoli e grandi, sono lì a ricordarcelo. Oggi piangiamo i giovani laburisti norvegesi vittime della stessa violenza, e saremo davanti all’ambasciata norvegese con un fiore bianco e una candela a manifestare la nostra partecipazione al lutto e la nostra solidarietà”.
NOI DONNE
GIOVEDI' 28 LUGLIO A ROMA VEGLIA DI DONNE IN RICORDO DELLE VITTIME DELLA STRAGE DI UTOYA
LE DONNE DI ROMA CONDIVIDONO UN DOLORE CHE È DI TUTTE E TUTTI GLI EUROPEI,
E PARTECIPANO AL LUTTO DELLE MADRI E DEL POPOLO NORVEGESE.
NO ALL'INTOLLERANZA E ALL'ODIO XENOFOBO.
PORTA UN FIORE BIANCO E UNA CANDELA.
GIOVEDÌ 28 LUGLIO 2011, ORE 19
DAVANTI ALL'AMBASCIATA DI NORVEGIA, VIA SAN DOMENICO 1
E’ stata promossa da un cartello di associazioni e gruppi di donne della Capitale, la Veglia Cittadina in memoria dei Ragazzi e delle Ragazze Norvegesi, vittime incolpevoli della strage perpetrata con folle disegno criminale nell’isola di Utoya. “Un atto dovuto”, dicono le promotrici, “per condividere un dolore che è di tutte e tutti gli Europei, per essere vicine alle madri ed al popolo norvegese in lutto, ma anche un atto di denuncia e di resistenza contro l’intolleranza e la xenofobia che cerca di seminare l’odio in Europa. Il Novecento ha già vissuto tutti gli orrori e le tragiche conseguenze del delirio nazista, l’Olocausto e la morte di milioni di persone indifese, piccoli e grandi, sono lì a ricordarcelo. Oggi piangiamo i giovani laburisti norvegesi vittime della stessa violenza, e saremo davanti all’ambasciata norvegese con un fiore bianco e una candela a manifestare la nostra partecipazione al lutto e la nostra solidarietà”.
NOI DONNE
martedì 26 luglio 2011
Spagna: Una sentenza della Corte Suprema riconosce il lavoro domestico

Una sentenza della Suprema Corte contribuisce a fare un passo in più nel riconoscimento del lavoro domestico. La sentenza ha riconosciuto un compenso di 108.000 € ad una donna dopo quindici anni di matrimonio in regime di separazione dei beni, per i lavori svolti in casa.Per la quantificazione si è fatto ricorso al salario di una lavoratrice domestica moltiplicato per gli anni di matrimonio
La Corte ha accettato la decisione del Tribunale di primo grado di Móstoles, successivamente revocata del Tribunale Provinciale di Madrid, con la quale Maria Piedad Fa sarà ricompensata con 108.000 euro, dopo il suo divorzio per aver contribuito per quindici anni in regime di separazione dei beni alle spese familiari, con i lavori domestici e la cura della figlia.
La sentenza chiarisce che "il lavoro domestico non solo è una forma di contributo, ma costituisce titolo per ottenere un risarcimento nel momento della fine del regime".
Per la quantificazione si è fatto ricorso al salario di una lavoratrice domestica moltiplicato per gli anni di matrimonio. In questo caso la cifra è stata quantificata in 600 euro mensili. Maria Piedad Fa, laureata in legge, non ha mai esercitato una professione o qualsiasi altro lavoro durante i quindici anni di matrimonio, dedicandosi esclusivamente alle faccende domestiche e alla cura della figlia.
Il riconoscimento della Corte non crea giurisprudenza, perché occorrono ancora due decisioni in questa direzione, ma serve affinché "sia riconosciuto il lavoro svolto in casa. Un lavoro molto dimenticato" ha commentato l’avvocata Themis. Non sono mancati su Internet sprezzanti commenti a questa sentenza.
Villar-Pérez ricorda però, che il lavoro domestico è molto di più che "lavare una tazza o stirare una camicia".
Si tratta di una serie di compiti in aggiunta alla rinuncia di un’aspettativa professionale e di carriera.
giovedì 21 luglio 2011
Le donne continuano a non essere rappresentate nelle istituzioni

Politica è tutto ciò che riguarda il cittadino, il civile, il sociale, il pubblico.
Aristotele definisce la politica come “Arte e scienza del governo”. Chi viene eletto deve rappresentare tutti i cittadini, tanto gli uomini quanto le donne. Invece il panorama politico italiano scarseggia della presenza di noi donne. Attualmente nel nostro parlamento ci si limita ad una quota del 19% di donne. Senza considerare che tal misero risultato costituisce il primato nostrano di presenza femminile nei luoghi di decisione (negli anni 70 si calcolava una percentuale del solo 3%) quando, in una situazione paritaria, tale percentuale dovrebbe essere del 50%, permettendo alle donne di rappresentare un secondo occhio sul mondo. Questo divario è diretta conseguenza di un tardivo riconoscimento alle donne dei diritti fondamentali rispetto all’uomo, con un diritto al voto riconosciuto solamente nel 1946 e il diritto dell’Habeas Corpus (Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato) già sancito nella Magna Charta Libertatum nell’Inghilterra del 1200, entra realmente in vigore per le donne con l’Articolo 9 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Non dimentichiamo infine che è solo del 1996 la prima legge contro la violenza sessuale in Italia. Un’acquisizione dei diritti così lenta pone di fatto la donna in una situazione sociale diversa, di SUBALTERNITÀ’. Una risposta a questa situazione è stata la manifestazione del 13 febbraio “Se non ora quando?”. La manifestazione ha scosso il sempre più lontano mondo della politica e l’anestetizzata opinione pubblica, dimostrando con la sua straordinaria partecipazione che le donne sono diverse le une dalle altre, ma sanno parlarsi, ascoltarsi e capirsi, portando nelle piazze italiane e d’Europa un milione di persone. Siamo consapevoli che la politica fin dai tempi più antichi è sempre stata di patrocinio maschile, ma ancora oggi l’Italia, in tutti i dati forniti dalle organizzazioni internazionali e nazionali, resta un paese in cui le donne continuano a non essere rappresentate nelle istituzioni e ad avere scarse possibilità di carriera lavorativa Il rapporto 2010 sul Gender Gap del World Economic Forum pone il nostro Paese al 74esimo posto nella classifica che misura il divario di opportunità tra uomini e donne in 134 nazioni. Gli unici due settori in cui l’Italia riesce a primeggiare sono il sostegno alla maternità e l’assistenza sanitaria, ma non basta a risollevare una situazione così drammatica. Un’analisi più approfondita dimostra che le donne subiscono trattamenti discriminanti e penalizzanti in campo professionale e lavorativo. Dati alla mano, solo il 47% delle donne lavora, contro il 70% degli uomini, e si riscontra un 25-30% di differenza salariale in meno a parità di impiego (“le donne costano meno in fatto di incentivi e bonus vari”). L’incidenza del precariato delle donne è doppia rispetto all’uomo. Sono le donne le prime ad essere licenziate in caso di crisi. Inoltre molte famiglie sono monoreddito perché la donna non lavora, comportando un conseguente impoverimento economico del paese
Iscriviti a:
Post (Atom)