martedì 28 settembre 2010

“Bisogna essere una donna anti-patriarcale per poter cambiare le cose.


Genevieve Vaughan
Ricercatrice americana trapiantata in Italia e teorica di un sistema economico basato sullo scambio privo di interesse personale
Silvia Vaccaro
La crisi del sistema capitalista e l’andamento disastroso delle economie di alcuni paesi occidentali nell’ultimo anno hanno aperto un dibattito: oggetto della discussione l’infallibilità del neoliberismo e la possibile apertura a nuove forme di economia. Durante una conferenza sul matriarcato, ho incontrato Genevieve Vaughan, ricercatrice americana trapiantata in Italia, che ha elaborato la “teoria del dono”, un sistema economico basato sullo scambio ma privo di interesse personale. “Penso che si debba e si possa ripartire dal dono soprattutto in un momento di crisi come questo – ha spiegato Genevieve – e dal dare per soddisfare i bisogni dell’altro, non per ottenere un profitto, proprio come fanno le madri coi figli o nelle comunità indigene sparse per il pianeta: solo così può crescere un’umanità migliore e più attenta.” Le ho chiesto come si colloca il femminismo in questo senso. “Credo che il femminismo di per sé è una sorta di dono, perché le donne hanno tentato di restituire alle loro compagne quello che la società patriarcale ha tolto loro nei secoli. Inoltre le donne assolvono ancora oggi una funzione di ‘donans’ nei confronti della società in generale: questa nostra predisposizione al dono e il suo riconoscimento sono vitali per l’umanità intera.”
Le ho chiesto se la presenza di un maggior numero di donne nei governi possa facilitare l’affermarsi dell’economia del dono e lei, sorridendo, ha dichiarato che le donne che hanno un atteggiamento patriarcale e sfruttano il sistema vigente invece che rovesciarlo, non favoriscono di certo un’economia alternativa. “Bisogna essere una donna anti-patriarcale per poter cambiare le cose. Nel subconscio tutte abbiamo la vocazione al dono, ma alcune di noi credono ancora nell’economia capitalista, nonostante tutti i giorni abbiamo le prove che questo sistema genera ingiustizie e disastri. È solo uno specchietto per le allodole: le donne attratte dal capitalismo, che ne vogliono fare parte, non sanno valutarne la portata negativa. Credo dunque che bisognerebbe creare un’economia completamente diversa, non di mercato, ma un’economia del dono generalizzato. Alcuni esempi sono i software gratis che si trovano su internet, o wikipedia, o la condivisione delle informazioni tramite mailing list. È difficile pensare ad un sistema economico alternativo ma spero che, anche grazie alla rete, sarà sempre più semplice condividere e donare agli altri.”
Il dono in parte viene messo in pratica anche nelle nostre società capitaliste, ma l’azione del “donare” non è riconosciuta come un valore. Ancora meno viene riconosciuta l’importanza del ruolo materno e di educazione al dono, portato avanti dalle donne. “L’umanità non vuole riconoscere che tutti crescono in una economia del dono, perché i bambini piccoli ricevono senza dare, non potendo scambiare alla pari con gli adulti. In passato, nelle cosiddette civiltà primitive, esisteva una continuità tra l’infanzia e il mondo degli adulti e venivano mantenute alcune pratiche come quella del dono. Nelle nostre società occidentali invece l’apporto delle madri e dei piccoli non è preso in considerazione come dovrebbe. Io credo che i bambini spesso possano insegnare a noi come comportarci, pensiamo ad esempio a come trattano la natura, noi dovremmo imparare da loro, noi che l’abbiamo devastata!”
Nelle società indigene, tuttora, le economie sono costruite sulle pratiche del dono, mentre le economie occidentali sono costruite solo sullo scambio, sull’interesse personale, sulle sopraffazioni. Secondo Vaughan “capitalismo e patriarcato combaciano: i valori dell’uno sono molto simili a quelli dell’altro. Nonostante alcuni difensori del neoliberismo affermino che il mercato offre la possibilità di vivere in una società più giusta e più equa di quella patriarcale, questa è una bugia: l’ineguaglianza è solo spostata su un piano diverso, un piano materiale.” La lucidità delle riflessioni di Genevieve mi porta ad affermare che una lotta seria contro il patriarcato dovrebbe partire, o quantomeno considerare, una revisione dell’economia vigente dalle sue fondamenta.

(27 settembre 2010)

venerdì 24 settembre 2010

il coraggio delle donne,,,.. Teresa Buonocore


Comunicato per Teresa. Uccisa il 20 settembre del 2010 Martedì 21 Settembre 2010 14:07 UDI Napoli
Teresa Buonocore è morta, uccisa da sconosciuti, dai soliti sconosciuti.
Abbracciare e solidarizzare coi figli, o aver plaudito al coraggio di Teresa nel proteggere la sua bambina per proteggerne altre, è ed è stato doveroso, ma comunque la cosa più comoda che si possa fare.

Si deve dire di più quando una donna muore essendo l'ultima vittima del coraggio di lasciare, denunciare, ribellarsi.
Teresa Buonocore è l'ultima donna vittima di una lunga teoria di uccisioni, nella quale la straordinaria coincidenza tra un evidente fare camorristico dei carnefici, il mutismo dei testimoni occasionali e l'autodifesa in solitudine delinea la qualità del patto sociale.
Come in molta parte della difesa dei diritti delle cittadine, sul femminicidio lo Stato Italiano è flebilmente presente, e lo è per lo più solo dal punto di vista comunicativo. Si tratta di una comunicazione alla quale si sono piegati anche alcuni media, sottolineando sempre ed ossessivamente "la necessità del coraggio da parte delle vittime".
Teresa ha avuto coraggio. Di più ha elargito dignità, pagando nei tribunali e fuori, fino ad essere soppressa.

Noi dobbiamo avere fiducia negli inquirenti, perché con loro abbiamo costruito un rapporto di collaborazione nel sostegno alle vittime che "hanno il coraggio di denunciare", un protocollo tra femminismo e questura di Napoli. Abbiamo anche noi avuto coraggio, a sperimentare una strada che nel 2005 sembrava impercorribile, avviando il dialogo nei luoghi dove la violenza è intercettata: commissariati ed ospedali.
Teresa ha avuto coraggio ed ha investito su una risposta che dallo Stato non è venuta. Non si tratta di fatalità, come non lo è stata per Matilde Sorrentino, nemmeno a dirlo, uccisa con modalità camorristiche, per aver difeso i figli di tutte dagli orchi di Torre Annunziata.
C'è tanto da fare nel nostro paese, simbolicamente, a partire dai luoghi dove la proprietà sui corpi e la pretesa del silenzio esibiscono l'affronto aperto alla sovranità dello Stato di diritto. Non si tratta solo del Sud, o almeno si tratta di quel sud che è ovunque la comunità nazionale individua nella vittima "la colpa di non aver avuto coraggio, ed insieme di averne avuto troppo", cioè dovunque c'è una cittadina di serie b, una donna.

In questi giorni Dacia Maraini ha affermato che la serie infinita dei femminicidi mostra la scomposta reazione alla maggiore richiesta di libertà delle donne, merito, ha detto, del femminismo.
Noi aggiungiamo che c'è un altro merito, taciuto ancora pervicacemente nella categoria "e femministe dove sono?", oltre la rivendicazione della sacrosanta libertà, di tutti, dalle violenze contro le donne. È il merito di aver promosso il "tema culturale" del femminicidio, facendolo approdare tra le istanze di piena responsabilità e competenza del potere politico.

Se i cittadini spettatori non parlano, se le vittime sono sole, se alle donne viene chiesto il coraggio di morire, se lo Stato protesta come un comune cittadino e come quello si rifugia nella retorica, vuol dire che manca qualcosa. Nella difesa di molti diritti manca qualcosa, ma quel qualcosa che manca nel caso delle uccisioni sistematiche delle donne è la presenza simbolica dello Stato, che altrove si esprime se pure in modo inefficiente.
Contro altri reati, lo Stato tiene a difendersi dalle accuse dei cittadini per i suoi insuccessi. Questo perché il danno provocato dei reati camorristici, comunemente detti, e corruttivi, comunemente detti, con leggi e provvedimenti, è riconosciuto formalmente come danno allo stato ed alla comunità tutta.
Contro le violenze sulle donne e la loro uccisione, non è avvenuto nulla di più che l'introduzione di una parola, che sembra uno sport (stalking, che come dice Maraini andrebbe sostituita con persecuzione) e la diffusione di uno spot che reclamizza un prodotto che non si vende e non è a disposizione dello Stato: il coraggio delle donne.

Il dolore che di nuovo proviamo è pieno di rabbia.

UDI di Napoli

mercoledì 1 settembre 2010

la scuola pubblica nonostante riforme improvvisate, proclami, minacce e calunnie continua a camminare


Insegnanti «mamme» o «amiche»,
noi «gentiliane» sembriamo strambe
La lettera
Gentile Direttore, ho apprezzato l'articolo di Giovanni Belardelli (Corriere di venerdì) sulla crisi della scuola e dei docenti, che vivo dall'interno come insegnante di tedesco alle superiori. Spesso ci sentiamo soli, isolati, non solo perché il nostro lavoro è poco riconosciuto, ma anche perché all'interno della scuola in genere ci sono troppi conflitti e manca per così dire lo spirito di corpo, il fatto di essere una squadra; scuola quindi specchio di una società divisa, a volte con conseguenze negative per gli studenti… Non credo molto nella valutazione degli insegnanti attraverso esami che riconoscano il merito, perché anche nella scuola, come nella società, ci sono tante parrocchie e parrocchiette, con i rispettivi santi protettori, che non sono in cielo, ma sulla terra e spesso sono molto, molto influenti.

Vorrei precisare inoltre che il punteggio non dipende solo dall'anzianità di servizio, ma anche dal fatto di avere o meno dei figli (retaggio dell'epoca mussoliniana?): se non sbaglio, 4 punti ogni anno per i figli fino a 5 o 6 anni, 3 punti ogni anno fino al compimento dei 18 anni. Ma il ministro Gelmini non aveva detto che la scuola non è un ente assistenziale? Subito dopo i precari, sono stati gli insegnanti di ruolo single/senza figli le prime vittime della riforma; come mantenere l'entusiasmo dei primi tempi, se quello che si fa per migliorare e coinvolgere gli alunni non viene comunque riconosciuto? Scambi con l'estero, progetti europei, certificazioni, le famose visite di istruzione, dette comunemente «gite», progetti per gli studenti stranieri ecc. sono tutti extra miseramente retribuiti, che non valgono nemmeno per il punteggio. La conclusione è che la scuola in generale si basa sulla buona volontà o sul coraggio degli insegnanti, precari o di ruolo. Stop. Gli insegnanti «gentiliani», che sono stati anche i miei insegnanti e i miei modelli, sono una specie in via di estinzione.

Chi c'è al loro posto? Potrei fare qualche esempio: l'insegnante «mamma», che considera prevalente l'elemento educativo, sicuramente parte dell'insegnamento, con la certezza inossidabile che una madre sia automaticamente una brava educatrice (risposta di una collega a un mio intervento durante un consiglio di classe: «Tu queste cose non le puoi capire, perché non hai figli»); in genere provenienti da un ambito cattolico, pensano di essere le uniche depositarie dei valori. Ancora, l'insegnante «amicone»: si veste e si comporta come un adolescente anche oltre i 40 anni, i suoi voti scendono raramente sotto il sei e ama sparlare degli altri insegnanti con gli alunni; l'insegnante «psicologa» si occupa prevalentemente del disagio adolescenziale, che in qualche caso si manifesta singolarmente in modo acuto in occasione di compiti in classe e interrogazioni. Un altro caso è l'insegnante in «standby», a cui mancano pochi anni alla pensione, che ripete le stesse lezioni quasi senza cambiare una virgola, come un vecchio attore, pensando all'ambito traguardo. Poi l'insegnante «burocrate», che usa volentieri il linguaggio tecnico della scuola: se gli rivolgi una domanda con parole comuni ti guarda perplesso e non risponde. Io credo di essere nella categoria degli scettici e dei dubbiosi, che non si fanno illusioni, ma cercano alla lontana di essere «gentiliani», tollerati da alcuni colleghi come fossili viventi, persone un po' strambe che non vogliono omologarsi, ma pensare con la loro testa. Però, se la scuola pubblica nonostante riforme improvvisate, proclami, minacce e calunnie continua a camminare, magari in modo incerto, vuol dire che ci sono ancora bravi insegnanti che amano il loro lavoro sottostimato, sottopagato, sottovalutato, in altre parole sotterraneo. Cordiali saluti

Nadia Marchetti
Laveno (Va)
01 settembre 2010

lunedì 30 agosto 2010

La via femminile al Potere.


Tiziana Bartolini
Che l’autunno si prospetti ‘caldo’ è un’ipotesi, che sarà problematico è una certezza. La crisi che si è prodotta nel governo Berlusconi con l’uscita dal PdL di Fini e dei parlamentari che hanno dato vita a ‘Futuro e libertà’ avrà ripercussioni notevoli, e tutte da sperimentare, sul versante politico. I prossimi passaggi ci diranno se si tratta di un assestamento di potere interno al centrodestra o se, invece, si è avviato un mutamento genetico del quadro politico destinato ad aprire la strada alla ‘terza Repubblica’, o a qualcosa di simile. In tanto sommovimento, come donne che facciamo, che diciamo? Siamo molto indaffarate tra femminicidi incessanti, calo dell’occupazione e dei redditi di contro al prolungamento della vita lavorativa. Non bastasse già questo, ci dobbiamo anche sobbarcare l’onere di contrastare continui tentativi di rimettere in discussione leggi o posizioni conquistate. La fatica è ancora più gravosa quando le firme in calce a proposte di legge o circolari ministeriali sono di genere femminile. Si dirà che le donne non hanno mai avuto una posizione univoca e che anche in passato, di fronte alle lotte per il divorzio o per la regolamentazione dell’aborto, non erano poche le voci dissenzienti. La novità, mi pare, è che oggi quelle voci si sono fatte più minacciose in forza dei ruoli di potere da cui provengono. Quelle che ieri erano opinioni ora diventano atti di governo, nazionale o territoriale. Di fronte a questo cambio di passo è sufficiente riorganizzare le fila di un movimento di donne avendo come riferimento le esperienze passate? Possiamo affidare solo a facebook il compito di rinnovare linguaggi e metodi? La questione mi pare essere più complessa e riguarda, nel profondo, l’idea della Politica e del Potere e di come il pensiero femminile si pone in relazione interna ed esterna a queste dimensioni. Sono tante, anzi troppe, le donne che hanno accettato le ‘regole del gioco’ (maschili) per ottenere un posto, una candidatura o un seggio. Sono tante, anzi troppe, le donne che non si sono sottomesse a queste logiche. E il ‘sistema’ le ha espulse. Ma quale è una o la via ‘femminile’ al potere? Abbiamo discusso di quote, ma non di come riconoscere, promuovere, sollecitare il femminile al comando e le (poche) donne che hanno infranto il soffitto di cristallo o imitano pensieri e metodi maschili o appaiono smarrite o sono ininfluenti. È arrivato il momento di fare un po’ di ordine e di spiegarci - da un punto di vista di genere - quello che proprio non va bene e di chiedere conto di quello che dicono e fanno alle donne ‘che decidono’. Nella politica e non solo. È positivo che una donna sia presidente di Confindustria se non pensa e agisce diversamente da chi l’ha preceduta? Facciamoci la domanda e diamoci una risposta. Tanto per capire da dove dobbiamo ri-partire, anche considerando la crisi globale e il nuovo indispensabile per superarla.

sabato 28 agosto 2010

Pubblica e privata, non è la stessa scuola



Pubblica e privata, non è la stessa scuola
Una certa destra attacca il Risorgimento. È coerente con un disegno reazionario che riguarda anche la scuola
Stefania Friggeri
Rileggere la “Storia dell’educazione popolare in Italia” di D. Bertoni Jovine, un classico della storiografia pedagogica, sarebbe molto istruttivo in questi tempi in cui si rischia di tracciare nuove vie verso il futuro senza aver riflettuto in modo approfondito sull’eredità del nostro passato, come dimostra il chiacchiericcio mediatico nei salotti tv sul Risorgimento (l’anno prossimo cadono i 150 anni dalla proclamazione dell’Unità d’Italia). Leggiamo: raggiungere l’obiettivo di scolarizzare le bambine rimaneva molto difficile sia prima che dopo l’Unità perché “C’era di mezzo un pregiudizio secolare che la Chiesa e i governi avevano perpetuato e che aveva portato all’analfabetismo integrale del sesso femminile delle classi povere, appena temperato nelle classi agiate”. Per le bambine dunque solo cucito e catechismo perché il sapere, inutile alle madri, avrebbe potuto allontanarle dalla modestia, ovvero dalla virtù che, insieme alla sottomissione, dava valore alla donna. E se la maestra voleva insegnare a leggere, scrivere e far di conto? Nello Stato della Chiesa avrebbe dovuto presentare la domanda e aspettare speranzosa la risposta. Nelle scuole parrocchiali dello Stato della Chiesa inoltre le materie scientifiche non erano insegnate perché “i lumi sono sempre volterriani, sono il mito della ragione contro la fede” (ivi), ovvero: “tutte le scienze che inducono il fanciullo all’osservazione spregiudicata dei fatti storici e naturali sono scienze diseducative, se per educative si intendono soltanto le suggestioni che rafforzano la fede” (ivi).
Ma sono gli anni in cui si avvia anche in Italia la rivoluzione industriale e la borghesia emergente, che ha investito capitali ed energie, chiede allo stato una scuola pubblica che, eliminato l’anacronismo di tenere il mondo del sapere lontano dal mondo del lavoro, risponda al bisogno di una manodopera qualificata. Il clero, che da sempre detiene il monopolio sull’istruzione, consapevole anche del fatto che possedere la direzione della cultura popolare equivale a possedere un mezzo di dominio, attiva una resistenza, tenace ma infruttuosa: nel clima agitato dai rivolgimenti che attraversano l’Europa, i tempi si sono fatti maturi per le riforme e il Parlamento subalpino vota la legge Casati (1859): nella scuola viene stabilita l’uguaglianza per i due sessi, è previsto un corso superiore (facoltativo) vicino a quello elementare (obbligatorio), viene iniziato un percorso verso la laicità, che sbocca nel 1877 nella legge Coppino. Con la quale, abolita la figura del direttore spirituale nel corso superiore, si dispone genericamente che la scuola provveda ad insegnare i “doveri dell’uomo e del cittadino”.
La Chiesa sembra sconfitta ma in verità le riforme e l’impegno per l’unificazione nazionale nascono dai “cattolici adulti” di quel tempo, i quali vedevano la fine del potere temporale come un’opportunità per il risorgimento della Chiesa stessa. Così infatti si esprimeva Cavour dopo la promulgazione delle leggi Siccardi: “Ora che la società posa sul principio dell’eguaglianza, sul principio del diritto comune, credo che il clero cattolico saprà molto bene adattarvisi, saprà farli suoi e con questo vedrà crescere la sua influenza, la sua autorità.”
Ma la Chiesa rifiuta i rapporti con lo Stato secondo l’impronta liberale e si arrocca in una visione conservatrice condannando col Sillabo il liberalismo, la democrazia, le libertà individuali e il socialismo. Saranno poi i socialisti, col loro municipalismo riformista, a caricarsi del compito storico di colmare le carenze dello stato liberale in materia di educazione popolare e di promozione del lavoro femminile, mettendo in primo piano la lotta all’analfabetismo. Un percorso interrotto dal fascismo che fa della scuola il cemento di una società di classe: selezione, licei come luogo esclusivo di formazione della classe dirigente, rinuncia dello Stato a una propria scuola dell’infanzia a favore di un quasi completo monopolio parrocchiale.
Non a caso figlia di quello che è stato giustamente definito “secondo Risorgimento”, sarà la Costituzione repubblicana a dettare un alto profilo di politica egualitaria nel campo dell’educazione e della condizione femminile. E verranno così, grazie soprattutto ai movimenti di massa, con l’UDI in primo piano, le leggi di tutela della maternità, l’istituzione della scuola media unica, la scuola materna statale (quasi la violazione di un tabù), la legge sui nidi. La storia tuttavia non è un processo lineare e sono possibili drammatici salti all’indietro, come quello che sta tramando il duo Tremonti-Gelmini: in nome della famiglia e della libertà d’insegnamento (quando servono i valori liberali vanno recuperati) la scuola pubblica viene mortificata a vantaggio di quella privata (leggi cattolica). Come non vedere allora che l’aggressione di certa destra contro il Risorgimento si spiega anche all’interno di un disegno reazionario che tende ad allargare oltre la Lombardia il modello di scuola Formigoni-CL.?

venerdì 27 agosto 2010

Il lavoro (nero) di casa



Alle donne continua ad essere assegnato un ruolo prevalentemente domestico-assistenziale
Gianna Morselli
In una trasmissione televisiva, fascia mattutina, scopriamo che la signora Maria impiega più o meno 200 ore all'anno per stirare gli indumenti del suo nucleo familiare, cinque settimane lavorative, ovviamente a titolo gratuito e, se vogliamo essere sarcastiche, nemmeno pagate “in nero”.
Ma c'è di più, il suggerimento, che è scaturito, è veramente illuminante su come manchi completamente la consapevolezza, in generale, della gravità di certe affermazioni. Il consiglio sicuramente dato a fin di bene, per le tasche delle famiglie italiane, è stato quello di stirare la sera dopo le 20 e nei giorni festivi, la tariffa elettrica in quelle fasce, a partire da questo mese, costerà meno e si potranno risparmiare ben cinque euro!
Care signore, non basta che si lavori otto ore al giorno ma per finire in bellezza una giornata di meritato sfruttamento, abbiamo il privilegio di continuare a lavorare “ in nero” anche la sera dopo avere preparato la cena, lavato i piatti e riassettato. Se poi vi annoiate il sabato e la domenica potete impiegare il tempo stirando, oppure riempire la lavatrice più volte perchè potrete in questo modo risparmiare sulla bolletta dell'elettricità. Mi rendo conto che questo è solo un piccolo esempio, anche banale, su come veniamo considerate noi donne ma se iniziate ad osservare e ad ascoltare con occhi e orecchie in maniera oggettiva i messaggi che ossessivamente ci vengono somministrati da mamma TV vi accorgerete come ci venga instillato chirurgicamente il concetto che il nostro ruolo è prevalentemente di servizio: domestico-assistenziale, ovviamente senza percepire alcun compenso. La nostra natura, ci viene insegnato fin dalla più tenera età, è costituita da un prorompente e impulsivo bisogno di prendersi cura di tutto ciò che ci circonda e in modo particolare della casa, di un marito, genitori anziani ed eventuali figli , senza dimenticare i nostri amici a quattro zampe. Oltre a questo, quando si è cresciute, ci viene suggerito che dobbiamo essere sempre raggianti, in ordine, truccate e pronte all'amplesso. Sul lavoro poi dobbiamo dimostrare che ci meritiamo lo stipendio che ci viene concesso, anche se a pari lavoro un uomo guadagna mediamente il 30% in più di noi. Eppure nonostante tutto queste ingiustizie di genere, continuo a pensare che siamo noi la parte propulsiva del genere umano! Ma allo stesso tempo comincio fortemente a tentennare sulla capacità delle donne di rendersene conto!


(23 agosto 2010)

lunedì 9 agosto 2010

IL CORPO, IL POTERE POLITICO E IL POTERE ECONOMICO

di Maria Laura Di Tommaso 13.07.2009
In questi ultimo periodo della politica italiana siamo stati sollecitati a riflettere sulla relazione tra uso del corpo e potere, potere economico e potere politico. Analizziamo da un punto di vista economico quanto sta succedendo: dal lato della domanda e dal lato dell'offerta.
Dal lato dell'offerta, in un certo senso, tutti usiamo il corpo per guadagnare, chi usa la voce, chi usa le mani, chi usa altre parti del corpo. In una situazione di forte disparità economica (il differenziale salariale tra uomini e donne in Italia è tra il 20 e il 30 per cento) saranno le donne ad utilizzare di più alcune tipologie di lavoro come vendere l'immagine del proprio corpo, prestarla per servizi di escort, oppure per vendere servizi sessuali. Dal lato dell'offerta non sembra ci siano domande rilevanti. L'uso del corpo delle donne e degli uomini fa parte di una logica economica molto chiara che è alla base dei modelli di economia del lavoro. E' una questione di salario orario e di disparità economica. Politiche che diminuiscano la disuguaglianza economica avrebbero un effetto negativo sull'offerta.
Molto più complessa è l'analisi della domanda. Tuttavia mai come in questa stagione della politica italiana e' emersa chiaramente la logica della doppia morale. Una logica molto vecchia che ha radici profonde anche in certo cattolicesimo. Perche' doppia morale? Da un lato si approva un disegno di legge (approvato dal Consiglio dei Ministri l'11 Settembre 2008) che prevede pene severe per chi compra o vende servizi sessuali in luoghi pubblici cioe' un disegno di legge di stampo proibizionista, dall'altro si utilizza il corpo come richiamo sessuale per aumentare l'audience dei programmi televisivi e si accetta una mentalita' di potere che "utilizza" il corpo delle donne in modi diversi inclusi servizi di escort e servizi sessuali.
Questa doppia morale ha effetti diversi sulla domanda; se il disegno di legge venisse approvato in Parlamento e se ci fossero sufficienti risorse in termini di controlli per penalizzare i clienti, un primo effetto sulla domanda potrebbe essere di scoraggiamento. A questo effetto si aggiungerebbe anche un effetto di occultamento del fenomeno; si ricorda infatti che il disegno di legge proibisce sia di vendere sesso che di comprarlo in luoghi pubblici, ma non si pronuncia se lo scambio avviene in luoghi privati. D'altro lato, invece, il continuo utilizzo di immagini di corpi come richiamo sessuale nei programmi televisivi e l'accettazione di una mentalità in cui le donne sono considerate oggetti da mostrare, da "utilizzare" ha un effetto positivo sulla domanda.
Le interpretazioni che la maggior parte delle testate giornalistiche ha contributo a diffondere sulle questioni che riguardano il corpo, il potere politico e il potere economico sono sostanzialmente di due tipologie: da un lato si sottolinea che l'attuale maggioranza politica ed in particolare il Presidente del Consiglio abbia una visione delle donne come oggetti da utilizzare, dall'altro si sottolinea l'importanza della divisione tra vita privata e vita pubblica.
La prima e' riduttiva, la seconda incoerente.
La visione che accentua l'uso del corpo delle donne come oggetti da mostrare, da "utilizzare" di cui vantarsi in un certo mondo politico, corrisponde senz'altro a quanto abbiamo appreso da alcune interviste con Maria Teresa De Nicolò e Patrizia D'Addario (donne che hanno rilasciato interviste alla Repubblica e sono state chiamate a testimoniare dai magistrati di Bari come persone informate dei fatti) e dallo stesso avvocato del Primo Ministro.
Tuttavia è riduttiva. E' riduttiva perché non considera che quello che conta qui non è tanto la visione della donna ma la visione del potere. Se infatti le preferenze sessuali degli uomini di potere fossero diverse non si esiterebbe a "usare" anche uomini. Inoltre non sappiamo, perché non è verificabile nel nostro contesto politico, se un potere politico femminile utilizzerebbe gli stessi strumenti. Non è verificabile ma molti studi nel settore del mercato del sesso mostrano che la richiesta di prestazioni sessuali maschili per clienti donne sia in aumento. Quindi clienti americane o europee che richiedono servizi di escort e servizi sessuali a pagamento a uomini che provengono da paesi in via di sviluppo (Brasile, Cuba, Bahamas). Anche una visione superficiale dei quotidiani, di riviste e di programmi televisivi ci conferma che l'uso del corpo maschile non solo di quello femminile serve per vendere il prodotto.
L'altra posizione quella che invoca la divisione tra vita pubblica e vita privata è anche molto difficile da sostenere. Questa divisione potrebbe essere invocata da un governo che non si pronunci su questioni morali. Un governo che non invochi la morale a sostegno di scelte e di proposte di legge sulla procreazione assistita, sul testamento biologico, sulla prostituzione. Un governo liberale nel senso storico del termine. Ma non da questo governo.
Quindi l'argomento è molto più ampio. Dal lato dell'offerta, una situazione di povertà e di disuguaglianza economica e, dal lato della domanda, una mentalità della maggioranza delle persone italiane che accetta che il potere si eserciti anche sull' "uso" del corpo delle donne. Ma potrebbe essere anche di quello degli uomini. Infatti quello che conta qui è la disuguaglianza di potere e di risorse economiche.


» GIORNALI CHE OFFENDONO LE DONNE , Daniela Del Boca e Nadia Urbinati 03.07.2009
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