martedì 17 giugno 2014

“Yara e le altre vittime” I sopravvissuti non perdano mai la fiducia. Gli angeli spuntano dove meno te lo aspetti.

Il presunto assassino di Yara, incastrato dal Dna, scopre di non essere figlio di suo padre, ma di un uomo defunto di cui porta il secondo nome. Un padre scopre che suo figlio è accusato di omicidio e che non è suo figlio. Una sorella scopre che suo fratello gemello è accusato di omicidio e che neppure lei è figlia di suo padre. Un fratello scopre che i suoi fratelli gemelli sono fratellastri e che uno di loro potrebbe essere un assassino. Una moglie scopre che suo marito è accusato di omicidio, che suo suocero non è il padre di suo marito né il nonno dei suoi figli e che la storia di Yara che per anni ha visto alla TV le è appena entrata in casa seminando distruzione. Una mamma aveva scoperto da tempo che suo figlio era ricercato come presunto assassino, ma era rimasta in silenzio per non scoprirlo e non farsi scoprire: quel figlio lo aveva avuto da un uomo che non era suo marito. Una vedova scopre che suo marito aveva avuto un figlio illegittimo, ora accusato di assassinio. Non si tratta di uno scioglilingua e neppure di una fiction uscita dalla fantasia di uno sceneggiatore particolarmente lesso, ma della realtà di una tranquilla e rispettabile famiglia della provincia di Bergamo. Spostandoci di qualche decina di chilometri in direzione di Milano ne troviamo un’altra. Sabato sera, una moglie e due bambini sono stati uccisi in modo barbaro dal tranquillo e rispettabile maschio di casa. Ancora non si conosce il movente del presunto omicida di Yara, benché non occorrano troppi sforzi di immaginazione. Ma la carneficina del Milanese sembra scaturire da una psicologia persino più tortuosa. L’assassino corteggia una collega di lavoro, ne viene respinto e si convince che la ragione del rifiuto sia la sua condizione di uomo impegnato, con moglie e figli a carico. Potrebbe divorziare o anche solo fermarsi un attimo. Ma la vita gli sembra una prigione e le responsabilità le sbarre di una gabbia. Il divorzio costa troppo, in termini economici e sociali. Così mette a letto i bambini, fa l’amore con la moglie, per sfogarsi o per calmarsi, ma non si sfoga e non si calma. Si alza, invece, e va in cucina a prendere un coltello. I bimbi cadono nel sonno, sacrificati come agnellini, La moglie muore da sveglia e fa ancora in tempo a chiedergli «perché». Bella domanda. Ma lui non risponde. Si lava le mani e va al bar a vedere la partita. L’avvertenza è d’obbligo: non è che tutte le famiglie siano come quelle che la cronaca nera spinge in avanti come sentinelle del nostro smarrimento. Non siamo diventati all’improvviso un popolo di assassini di ragazzine e sgozzatori di parenti prossimi. Chi varca i confini del delitto è sempre un estremista, però si muove in un contesto sociale che non ci è estraneo. La famiglia: luogo di convivenza forzata, culla e tomba di passioni, ma anche fabbrica di interessi e produttrice inesausta di misteri. Come autore di un romanzo a sfondo familiare mi è capitato di ritrovarmi depositario delle confidenze intime di lettrici e lettori che mi hanno fornito un catalogo impressionante di tutte le meraviglie e gli orrori che la cellula della società umana riesce a produrre: complessi, rancori, scoperte tardive, agnizioni, invidie, gelosie e bugie, tantissime bugie. A fin di bene, a fin di male, a fin di niente. Si vive dentro una bolla di non detti, si accumulano tensioni e illusioni e poi si esplode, per fortuna non sempre con gesti da codice penale, ma in modi comunque feroci che fanno vacillare le certezze. Ad esempio che ci si possa fidare almeno delle persone con cui si condividono le mura di casa. Lascio volentieri a sociologi e psicologi il compito di scandagliare gli abissi della comunità e della psiche umana. Il mio pensiero adesso va solo ai bambini: a quelli uccisi dal padre impazzito e ai figli del presunto assassino di Yara, segnati a vita da qualcosa di troppo grande e orribile per loro. Che i sopravvissuti non perdano mai la fiducia nel prossimo, perché gli angeli spuntano dove meno te lo aspetti e una vita passata a guardarsi le spalle è una condanna immeritata per chiunque, figuriamoci per degli innocenti. di MASSIMO GRAMELLINI da “La Stampa” di oggi. 17/06/2014

lunedì 16 giugno 2014

Non definitelo bestiale, solo gli uomini sanno compiere atrocità tali, in nome della conquista della propria libertà

Padre, marito e assassino, così un uomo si trasforma in un mostro disgustoso e spaventevole
Difficile da digerire, impossibile accettarlo; l’unica sensazione che si prova è disgusto e paura. Sabato sera una donna di 38 anni e i suoi due figlioletti di cinque anni e di venti mesi sono stati barbaramente trucidati. La donna è stata colpita ripetutamente con un coltello e lasciata morire per dissanguamento, i piccoli sono stati presi per il collo e accoltellati, forse essendo così piccoli sono morti velocemente (speriamo). Il delitto è avvenuto poco prima della mezzanotte, quando sarebbe scesa in campo l’Italia per la prima partita dei mondiali contro l’Inghilterra; l’assassino, ora lo sappiamo, dopo aver compiuto il massacro si è lavato, ha allestito una scena che rendesse credibile la rapina mettendo a soqquadro la casa e aprendo la cassaforte per far sparire i pochi contati che vi erano conservati. Quindi si è chiuso la porta alle spalle ed è andato a guardare la partita con gli amici. Già, perché l’assassino, il mostro di questa storia, colui del quale si era detto in un primo momento che si fosse salvato dalla mattanza grazie a quella provvidenziale partita che lo aveva portato fuori casa, ha un nome un cognome e soprattutto una parentela con le vittime, si chiama Carlo Lissi, non scordatevi questo nome, egli è il padre e marito delle vittime. Carlo Lissi non è solo un assassino, è un idiota, un criminale con l’aggravante della stupidità acuta, non riesce neppure ad avere la “grandezza” della malvagità, il suo segno negativo non è un numero di grandezza esponenziale parametrato sull’orrore del delitto, ma è prossimo allo 0 inteso come niente. Ha confessato Carlo Lissi, ha detto che considerava la famiglia un ostacolo. Ha raccontato che si era innamorato, non corrisposto, di un’altra donna che lo aveva rifiutato. Chissà magari verrà fuori che questo idiota, cui la sorte troppo benigna (è proprio vero che la fortuna è cieca e beneficia chi non lo merita), aveva regalato una famiglia perfetta: una brava moglie, e due figli sani, belli, sereni, e nessun problema economico in tempi in cui la disperazione falcia la serenità di tante famiglie, verrà fuori che la moglie più grande di lui di 8 anni gli provocava uno stato di disagio come quello della sudditanza psicologica da un genitore. Lui non era soddisfatto, voleva forse “nuovi stimoli”, di solito gli uomini stupidi non sanno apprezzare quel che hanno, cercano altro, soprattutto non vogliono responsabilità, vogliono sentirsi liberi e leggeri, non pianificano il futuro, distruggono il presente per insofferenza momentanea che essi definiscono definitiva e irrevocabile come accade a chiunque teorizzi il vivere alla giornata (da non confondere con l’oraziano Carpe diem che significa vivi intensamente in momento senza farti distogliere dal pensiero del futuro) per sottrarsi ai doveri del domani. Quell’uomo aveva corteggiato una collega (a quanto riferiscono) e ne era stato respinto. Chissà, magari la donna per non umiliarlo gli aveva detto quello che in questi casi si dice «Tu sei sposato, hai una famiglia, dei figli, no, guarda non è proprio il caso». O forse se lo è figurato lui che il rifiuto fosse dovuto al suo status di marito e padre, non lo sappiamo e non lo sapremo mai perché dal momento della confessione (alla fine della quale pare che abbia invocato per sé il massimo della pena!) entrano in campo gli avvocati che, a meno di colpi di scena, cercheranno di invocare per il loro cliente l’infermità mentale, magari temporanea. Avranno ragione a farlo perché senza dubbio l’idiozia e la stupidità sono stati alterati della mente, chiunque compia una stupidaggine, piccola o grande che sia, dimostra un malfunzionamento temporaneo dell’intelligenza (intesa in senso etimologico di intelligere, capire quel che si fa e quel che non si può fare). Se passiamo con il semaforo rosso, se mettiamo il sale a posto dello zucchero nel caffè o ci laviamo i denti con la schiuma da barba al posto del dentifricio che è giusto lì vicino, siamo anche noi vittime di un momentaneo mancamento di attenzione e dunque di “intelligenza” che comunemente chiamiamo “distrazione”, e se lo facciamo consapevolmente, il fatto stesso di compiere un atto proibito o stupido è ugualmente indice di malfunzionamento dell’intelligenza stessa. Non per questo possiamo essere definiti irresponsabili, ovvero non imputabili della mancanza e dunque tali da non doverne subire le conseguenze. Giustamente si potrebbe obbiettare che la temporanea infermità mentale non significa essere assolti, ma semmai una riduzione della pena e una terapia adeguata. Bene per la terapia, ma non per la riduzione della pena perchè essa dovrebbe valere per chiunque si macchi di qualunque crimine che come tale compiuto per consapevolezza criminale o per leggerezza denuncia un black out intellettivo. A questo punto vedo già gli psicologi e gli addetti ai lavori della psiche sbottare inorriditi che queste sono semplificazioni inaccettabili. Può darsi, ma quel che dovrebbero chiedersi è come possa invece essere accettabile che un uomo di 31 anni massacri la famiglia e vada a godersi la partita con gli amici dopo aver simulato una rapina. Ovviamente non è accettabile. Fin qui il disgusto di cui parlavo all’inizio. Veniamo alla paura. La mattanza compiuta da un uomo normale, e sottolineo il “normale” fa più paura di un atto criminale compiuto a scopo di rapina, o commesso da un serial killer patologico, da una persona malvagia, o disperata. di Simonetta Bartolini

sabato 14 giugno 2014

L’Italia senza più mamme

E pensare che eravamo il paese delle mamme, con l’immaginario collettivo che prendeva anche un po’ in giro quella nostra vocazione alla maternità che cominciava con il pancione e non finiva più, nemmeno quando i figli erano adulti. Ora, invece, la fotografia che l’ Istat ci sviluppa del nostro paese è quella di un’Italia dove non si sono fanno più figli, e dunque non ci sono più le mamme. Siamo a 1,29 figli a testa, partoriti in media all’età di 31 anni. Dopo il 1995, quando si era registrato un record negativo, ci eravamo illusi, leggendo che la crescita dell’occupazione femminile cresceva di pari passo alla natalità, che la vita di una donna che lavora e che diventa madre fosse compatibile. Oggi il calo delle nascite ci costringe a ragionare e a concludere che non è (più) così. Come se fossimo tornati indietro. I numeri, naturalmente, vanno interpretati, e la statistica ci aiuta con altri dati: sono in forte aumento i nuceli familiari nei quali l’unico stipendio arriva dalle donne; d’altra parte, le donne che lavorano e lasciano quando hanno un figlio, negli ultimi sei anni è aumentato di quattri punti. Sembra insomma che la maternità sia diventata un lusso, oltre che restare sempre, per le aziende, un problema.
L’associazione Manageritalia ha presentato una ricerca che ha commissinato alla socetà Astraricerche e i risultati spiegano il calo della maternità. L’83 per cento dei 640 dirigenti d’azienda interpellati, ha confessato candidamente che la maternità di un dipendente è un problema. Risolvibile con una diversa organizzazione, certo; ma comunque un ostacolo. Con meno welfare, con familiari anziani da accudire, con il capo che ti guarda di traverso, è davvero difficile per una donna decidere di diventare madre. Ma un paese senza mamme e senza culle è un paese che non ha futuro. di Cinzia Sasso

domenica 24 novembre 2013

L'Agorà delle donne: Non si uccide per amore

L'Agorà delle donne: Non si uccide per amore: Nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne parlare di come i media affrontano il tema potrebbe sembrare un argomento seco...

Non si uccide per amore

Nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne parlare di come i media affrontano il tema potrebbe sembrare un argomento secondario, rispetto al fenomeno in sé. Si tratta invece, probabilmente, del cuore del problema, visto che la violenza sulle donne è innanzitutto una questione culturale. Se si prova a cercare la parola “femminicidio” negli archivi dei giornali si scopre che essa fa la sua prima comparsa intorno al 2006-2007, per poi diffondersi sensibilmente solo negli ultimi anni. Non che prima, ovviamente, non si consumassero femminicidi, semplicemente non c'era una parola per indicare il fenomeno e i singoli episodi venivano raccontati slegati l'uno dall'altro. Dare un nome alle cose significa “creare” un fenomeno, laddove prima c'erano solo singoli accadimenti. Da qualche tempo, molto lentamente e con grandi lacune, alcuni mezzi di comunicazione (parliamo di carta stampata, la tv è ancora all'anno zero) hanno deciso di tirar fuori dal flusso indistinto degli avvenimenti i casi di donne uccise per aver osato mettere in discussione il loro ruolo e hanno iniziato a dare a questi fenomeni il nome di femminidio (anche se qualcuno ancora storce il naso di fronte a questa parola). Finché non ha un nome, un fenomeno non esiste (e quindi, per esempio, non esistono dati ufficiali su quel fenomeno). La parola “femminicidio” è stata introdotta dalla criminologa statunitense Diana Russell nel 1992, per indicare una categoria criminologica vera e propria: una violenza da parte dell’uomo contro la donna in quanto donna, un atto in cui, cioè, la violenza è il risultato di una precisa cultura del possesso e della sopraffazione. Quello quindi che distingue il femminicidio da ogni altro omicidio, sia di uomini che di donne, è il movente di genere: la donna vittima di femminicidio ha messo in qualche modo in discussione l'idea che l'assassino aveva del suo ruolo. La donna si è “permessa” di tradirlo, di lasciarlo, di voler vivere una vita diversa da quella che avrebbe “dovuto”. Centrale dunque – nella definizione di femminicidio – è il ruolo degli stereotipi di genere. Ecco perché è cruciale il ruolo dei media – che insieme a famiglia, scuola e, in Italia, la Chiesa – sono tra le principali agenzie in senso lato “educative”. Lo stereotipo di genere riguarda i ruoli che uomini e donne dovrebbero avere per natura. Ad essere ingabbiati negli stereotipi, naturalmente, non sono solo le donne, ma gli uomini stessi. La violenza sulle donne si alimenta di un'idea di “aggressività naturale” degli uomini e di una “remissività” altrettanto “naturale” per le donne. Per cui, fin da piccolissimi, siamo portati a distinguere i giochi “da maschio”, che generalmente hanno a che fare con la prestanza fisica, dai “giochi da femmina”, principalmente legati al ruolo di “cura” e da questi primi passi si giunge fino all'idea che l'uomo sia, per natura, “cacciatore” e la donna, per natura, “preda”. I bambini forti e aggressivi, le bambine docili e accudenti. Le donne sono indotte a cercare conferma della propria femminilità nello sguardo “desiderante” degli uomini, gli uomini quella della loro virilità nella “quantità” di “prede” che riescono a mettere nel sacco. È all'interno di questa cultura arcaica, ma ancora profondamente radicata, che si consumano le violenze sulle donne. E purtroppo parliamo di una cultura ancora ampiamente diffusa, persino tra le giovani generazioni: non possiamo non ricordare il femminicidio di Fabiana Luzzi, 16 anni, uccisa a Corigliano Calabro dal fidanzato “geloso”. “Gelosia” è una delle parole più ricorrenti quando giornali e tv raccontano un femminicidio. Assieme a raptus, follia, depressione, scatto d'ira, tragedia familiare, amore (magari malato, ma sempre amore). Ingredienti che cucinati tutti insieme inducono, anche se non intenzionalmente, da un lato, a cercare un concorso di colpe da parte della vittima (quasi come se se la fosse cercata) e, dall'altro, se non ad assolvere, quantomeno a giustificare il carnefice, descrivendolo di norma come un pover'uomo follemente innamorato preso da una passione irrefrenabile, che ha agito in preda ad un “raptus”. Insomma, l'assassino non “agisce” ma “re-agisce” ad un comportamento della vittima. Comportamento che di solito consiste semplicemente nell'affermazione della propria autonomia e libertà (“Lei voleva cambiare casa e lavoro e il marito geloso l'ha massacrata”, titolava un quotidiano nazionale in un recente caso di femminicidio: causa ed effetto). Insomma, se la donna mette in discussione il ruolo che lei stessa, il compagno, la famiglia, la società le hanno cucito addosso lo fa a suo rischio e pericolo. Questo modo di ragionare è stato persino messo nero su bianco dal parroco di Lerici che qualche tempo fa, proprio dopo l'ennesimo caso di femminicidio, aveva affisso sulla bacheca della sua parrocchia un delirante articolo tratto dal sito cattolico integralista pontifex.it intitolato “Le donne e il femminicidio. Facciano sana autocritica: quante volte provocano?”, in cui si leggeva: “Le donne sempre più spesso provocano, cadono nell’arroganza, si credono autosufficienti”. Per disinnescare questi meccanismi culturali che spesso insidiano inconsapevolmente anche chi ritiene di esserne immune potrebbe essere utile, innanzitutto a partire dai giornali, iniziare a chiamare le cose con il proprio nome. Sostituire la parola gelosia, per esempio, con volontà di possesso, amore con dominio, avances con molestie, passione con aggressione. E forse inizierebbe a cambiare anche la nostra percezione della realtà. Non si uccide perché si ama ma perché non si riesce a concepire la propria compagna al di fuori della funzione che le è stata assegnata. La violenza sulle donne è il frutto sistematico di una cultura arcaica, maschilista e patriarcale centrata sull'idea del possesso e della sopraffazione che ancora caratterizza il nostro paese. Non possiamo dimenticare che fino al 1981 il “delitto d'onore” era una fattispecie del nostro ordinamento che concedeva attenuanti agli assassini ed era anzi spesso percepito dalla comunità come un dovere per ristabilire, appunto, l'onore leso. E addirittura ancora fino al 1996 lo stupro era rubricato dal nostro codice penale tra i delitti contro la moralità e il buon costume anziché contro la persona. La violenza contro le donne, dunque, non è affatto un'emergenza, altra parola abusata dai media. Emergenza è un evento improvviso, imprevisto e imprevedibile. La violenza sulle donne è figlia della nostra “civiltà”, è un portato strutturale e non emergenziale della nostra cultura più profonda e radicata. Alle emergenze si risponde con interventi emergenziali, ai problemi strutturali con cambiamenti culturali. di Cinzia Sciuto

martedì 9 luglio 2013

Le disuguaglianze insostenibili

Mentre le ultime rilevazioni dell’Istat indicano un vero e proprio crollo dei consumi delle famiglie, uno studio commissionato dall’Unione Europea, Gini-Growing inequality impact, ha messo in evidenza che l’Italia è tra i paesi europei che registrano le maggiori diseguaglianze nella distribuzione dei redditi, seconda solo al Regno Unito, e con livelli di disparità superiori alla media dei paesi Ocse. Non solo: da noi la favola di Cenerentola si avvera con sempre minor frequenza, nel senso che le unioni si verificano non tanto tra fasce di reddito diverse ma entro le stesse fasce frenando la mobilità sociale. Inoltre, appare che la ricchezza si sta spostando verso la popolazione più anziana accentuando il divario tra generazioni. Il crollo dei consumi in Italia è dunque associato ad un divario nella distribuzione della ricchezza che si è accentuato durante la crisi: oggi circa la metà del reddito totale è in mano al 10% delle famiglie, mentre il 90% deve dividersi l’altra metà. La domanda che si impone è: come siamo arrivati a questo punto? La risposta non è difficile: questa situazione va ricondotta al pensiero dominante di ispirazione neoliberista, che si è affermato all’inizio degli anni ’80 negli Stati Uniti e in Inghilterra e che poi ha influenzato la politica economica dell’Unione europea. La teoria economica neoliberista si fonda sull’assunto che la diseguaglianza non inficia in alcun modo la crescita. Anzi, detassare redditi e soprattutto patrimoni immobiliari e mobiliari dei più ricchi genererebbe un “effetto a cascata” che dai piani alti della società trasferirebbe la ricchezza fino ai piani bassi, portando ad un arricchimento generale e ad una maggiore crescita. Questa idea ha aperto la strada alle privatizzazioni e alladeregulatio dei mercati finanziari (inclusa la proliferazione dei paradisi fiscali) per permettere agli “spiriti animali” di dispiegare liberamente tutta la loro forza propulsiva. Così lo Stato diventa un “disturbatore”, fonte di sprechi e di inefficienza, e pertanto deve essere ridotto ai minimi termini. “La società non esiste, ci sono solo individui e famiglie. E nessun governo può far nulla. La gente deve pensare a se stessa”: così Margaret Thatcher in una sentenza diventata tristemente famosa. Dall’inizio degli anni ’80, il drastico ridimensionamento della capacità di intervento dello Stato nell’economia e il progressivo indebolimento dei lavoratori, che cominciano a subire i ricatti delle delocalizzazioni produttive, interrompono l’espansione della classe media che si era registrata nell’Età dell’Oro (1945-1973). Ma una crescita fondata su diseguaglianze crescenti può destabilizzare l’economia riportando indietro di anni il livello di benessere della popolazione. Joseph Stiglitz ha sintetizzato i risultati delle sue ricerche in una formula che dimostra come diseguaglianza e sviluppo economico siano inversamente proporzionali. Insomma, l’effetto a cascata auspicato dai liberisti non si è assolutamente verificato e sono risultati evidenti gli effetti nefasti della polarizzazione della ricchezza, così come era stato teorizzato da Karl Marx. Dopo la crisi esplosa nel 2008 lo Stato è dovuto intervenire massicciamente per salvare il settore privato dal collasso, il che ha determinato un’espansione rapidissima del rapporto tra debito pubblico e Pil in tutti i paesi avanzati. E ora si è scatenata una nuova controffensiva del settore privato e dei mercati per tagliare i servizi sociali e più in generale la spesa pubblica aggravando la situazione delle fasce più deboli ed alimentando diseguaglianze sempre più marcate. Il ceto medio è il vero motore dei consumi sia perché rappresenta la fascia più larga della popolazione, sia perché tende a convertire in consumi una percentuale proporzionalmente molto più elevata del proprio reddito. Se far ripartire i consumi è una delle principali chiavi per promuovere l’intera economia ecco allora l’importanza di politiche che favoriscano una più equa distribuzione della ricchezza ed il rafforzamento del middle class. La politica dei redditi deve dunque tornare al centro della politica economica se vogliamo uscire dalla crisi che sta alimentando tensioni sociali destinate a diventare insostenibili. (9 luglio 2013 di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, da Repubblica, 9 luglio 2013--MICROMEG

venerdì 5 luglio 2013

A scuola è morto l’umanesimo

L’eliminazione o la riduzione ai minimi termini di Storia dell’arte, o di Storia della musica nelle scuole è stato un segnale inquietante passato sotto silenzio. L’abrogazione o quasi degli insegnamenti di Lettere classiche, la chiusura progressiva di discipline con grandi tradizioni ma che apparivano “inutili” (Egittologia, Sanscrito, Sumerologia, Indologia…), ma anche il drastico ridimensionamento delle stesse cattedre di Letteratura italiana (ricordava Alberto Asor Rosa, che alla Sapienza sono passate da 12 a 2!), mentre altre discipline, a cominciare dalla Sociologia – in tutte le sue declinazioni – subivano un processo di vero e proprio imbarbarimento, perdendo ogni sostrato di pensiero, tecnicizzandosi, in senso economico. L’economia, a sua volta, si riduceva alla mera dimensione numerica, mentre i corsi di Storia del pensiero economico sono diventati merce rarissima, e comunque considerati del tutto secondari, mentre un approccio umanistico all’economia oggi è completamente scomparso. La crisi economica ha accelerato il processo. I giovani scelgono indirizzi di studio che sembrano garantir loro un accesso al mondo del lavoro non soltanto più rapidamente, ma con remunerazioni più alte. Che un dentista, o un ingegnere, guadagnino di più di un professore di Latino, lo sanno tutti. Ma che in prospettiva i laureati in Ingegneria o in Medicina siano destinati a svolgere funzioni direttive è tutto da dimostrare. Davanti a questa situazione, che finalizza gli studi al mercato, che considera “utile” soltanto il sapere “pratico”, e che cerca di cancellare la dimensione critica, ci sono reazioni; e che in definitiva fa perdere ai giovani lo stesso piacere dello studio (studium significa “passione”). Come si fa a formare un cittadino senza la Storia? – si stanno chiedendo ad Harvard e in altre università statunitensi. Sembra che un moto di protesta se non ancora di rivolta stia nascendo. Fra vent’anni saremo tutti ingegneri informatici? Tutti economisti? E sapremo dare un senso al nostro lavoro senza avere idea di quel che le grandi civiltà ci hanno consegnato? Potremo affrontare la vita senza la dimensione della critica e lo sguardo aperto sui grandi orizzonti? Un dibattito si è insomma avviato, e non solo negli Usa. In Francia, Gran Bretagna, Germania e altrove, se ne discute. E si cominciano a intravvedere i pericoli di un orientamento tutto praticistico del sapere. Ma non da noi, ancora sotto lo choc delle tre I berlusconiane (Industria, Informatica, Inglese), tutto tace. E dire che da qualche tempo vedo circolare l’espressione “nuovo umanesimo”: articoli, libri, associazioni, gruppi sulle reti sociali, e così via. Piccole enclave di irriducibili, di vario orientamento, che propongono un ritorno, quanto meno simbolico, all’essenza di quella eccezionale stagione della storia, che ebbe il suo motore propulsivo in Italia: ma l’Italia d’oggi – quella ufficiale, ma anche nella stragrande maggioranza della sua popolazione – non sembra preoccupata né tanto meno interessata. È già troppo tardi per avviare un contrattacco? Nel giugno di 14 anni or sono (esattamente il 18-19), a Bologna, nella sede della più antica università del mondo, la cosiddetta Alma Mater, si riunivano 29 ministri dell’Istruzione e siglavano un accordo, la “Dichiarazione di Bologna”, che avviava il processo che avrebbe dovuto realizzare lo “Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore”. Era un contributo all’unificazione del continente. Ma quanti si resero conto delle conseguenze negative che avrebbe avuto quel frettoloso documento? Cominciava allora, in effetti, un gioco al ribasso della qualità, che avrebbe condotto l’Italia nel tunnel del famigerato “3+2”, passando dalla “riforma” di Luigi Berlinguer, agli interventi dei suoi epigoni e continuatori, pur se di diversa appartenenza politica, fino alla devastazione firmata dalla signora Gel-mini e perfezionata dall’ing. Profumo. Nell’ultimo suo libro, Benvenuti in tempi interessanti (casa editrice Ponte alle Grazie) quello che è stato chiamato “il filosofo più pericoloso d’Occidente”, Slavoj Zizek, ha scritto che da Bologna partì “un attacco concertato a ciò che Kant chiamava ‘l’uso pubblico della ragione’”. Veniva, in prospettiva, cancellato il vero, primo compito del pensare: che non è offrire solo soluzioni ai problemi, ma innanzitutto riflettere sulla forma e la natura di quei problemi. Si sostituiva, insomma, al sapere critico, il sapere “utile”, al pensiero libero, un pensiero finalizzato: a cosa? Ai bisogni della società, ossia del mercato, innanzitutto. Da allora in poi nelle università europee, e nelle Scuole di istruzione superiore, secondo una tendenza che attraversava l’Atlantico e si manifestava in America, cominciò una vera e propria aggressione, mediatica e politica, alle discipline umanistiche, e anche alle scienze sociali e politiche. L’eliminazione o la riduzione ai minimi termini di Storia dell’arte, o di Storia della musica nelle scuole è stato un segnale inquietante passato sotto silenzio. L’abrogazione o quasi degli insegnamenti di Lettere classiche, la chiusura progressiva di discipline con grandi tradizioni ma che apparivano “inutili” (Egittologia, Sanscrito, Sumerologia, Indologia…), ma anche il drastico ridimensionamento delle stesse cattedre di Letteratura italiana (ricordava Alberto Asor Rosa, che alla Sapienza sono passate da 12 a 2!), mentre altre discipline, a cominciare dalla Sociologia – in tutte le sue declinazioni – subivano un processo di vero e proprio imbarbarimento, perdendo ogni sostrato di pensiero, tecnicizzandosi, in senso economico. L’economia, a sua volta, si riduceva alla mera dimensione numerica, mentre i corsi di Storia del pensiero economico sono diventati merce rarissima, e comunque considerati del tutto secondari, mentre un approccio umanistico all’economia oggi è completamente scomparso.
Angelo d’Orsi---MICROMEGA