Non è un paese per donne "Il nostro paese sottolinea a parole il valore della famiglia, ma non fa granchè per sostenerlo effettivamente..."
martedì 25 settembre 2012
L'Agorà delle donne: Cosa fare per avere LEGALITA' e TRASPARENZA
L'Agorà delle donne: Cosa fare per avere LEGALITA' e TRASPARENZA: Noi cittadini onesti che amiamo la giustizia e la legalità dobbiamo chiedere maggiori controlli sulla gestione della cosa pubblica, ma il ...
Cosa fare per avere LEGALITA' e TRASPARENZA
Noi cittadini onesti che amiamo la giustizia e la legalità dobbiamo chiedere maggiori controlli sulla gestione della cosa pubblica, ma il miglior controllo deve essere esercitato proprio da ognuno di noi.
Dobbiamo abbandonare l'atteggiamento di chi vede e fa finta di non vedere, di chi essendo amico di chi amministra o beneficiario dei favori, difende una gestione poco trasparente per il quieto vivere e per continuare ad avere quei piccoli privilegi che comprano il silenzio.
La nostra società è così corrotta perchè molti di noi lo permettono.
Bisogna abbandonare la paura di essere emarginati, non deve importarvi se qualcuno vi toglie il saluto perchè avete chiesto chiarimenti per i quali la risposta è scomoda, denunciate pubblicamente ciò che ritenete poco chiaro ed esigete la pubblicazione di tutto il resoconto delle spese.
Il denaro pubblico è frutto dei sacrifici di ognuno di noi e deve essere speso con accuratezza senza assecondare privilegi.
Se ognuo di noi esercita questo tipo di controllo in tutte le strutture
in cui opera e nelle istituzioni che gestiscono i beni comuni, chi amministra sarà costretto ad agire con LEGALITA' e TRASPARENZA.
Piera Repici
Roma,25/09/2012
lunedì 24 settembre 2012
Serve un modello educativo che promuova il protagonismo dei giovani.
Altro che rivoluzione Profumo!
-La rivoluzione del Ministro Profumo: lavagne multimediali in tutte le aule, tablets per gli insegnanti del Sud, abolizione del registro personale, voti e comunicazioni alle famiglie on line. È sconfortante dover ribattere a proposte così incongrue per efficacia e per visione strategica: le lavagne multimediali non sono affatto arrivate e quando arriveranno faranno i conti con l’assenza di copertura wireless nelle aule che le renderanno inutilizzabili, dei tablets non c’è traccia, (peraltro questa dotazione per i docenti del Sud mi fa pensare ai pacchi dono post - bellici per i bambini poveri), e infine quella che ritengo la cosa più grave, l’idea che il rapporto con le famiglie si possa ridurre ad una comunicazione burocratica di un numero, che sia il voto o che siano le assenze. Se provassimo a mettere al centro i soggetti del processo educativo e formativo cioè i ragazzi e le ragazze penso che la prospettiva e le soluzioni apparirebbero con più chiarezza. Proverò a elencare, magari schematicamente, i nodi che secondo me sono ineludibili e lo faccio da insegnante di scuola media superiore e da dirigente di una associazione che si è data tra i suoi compiti quello di favorire la crescita culturale, la percezione della cittadinanza, il rispetto della legalità presso le nuove generazioni. Il mestiere di insegnante è particolare perché ha in sé un elemento che è esclusivo di questo lavoro: il confronto con la giovinezza che è uno dei temi cruciali del processo educativo. Questo è ancora più evidente nelle scuole medie e superiori perché gli studenti sono già in possesso di strumenti formidabili per maneggiare le nuove tecnologie, i nuovi stili musicali, le forme di street-art e quant’altro e gli insegnanti spesso sono a malapena in grado di accendere un PC. La questione, per riassumerla, si pone grosso modo in questi termini: siamo attrezzati ad affrontare la modernità dei linguaggi e della sintassi giovanile senza abdicare ai contenuti di un sapere universale? Cioè possiamo tenere insieme il rap e Dante? Il fenomeno della dispersione scolastica sta assumendo dimensioni drammatiche ed evidenzia tra l’altro una divisione tra Nord e Sud assolutamente da emergenza. I dati più aggiornati sono del 2010 e parlano di un dato nazionale del 20% con punte in Sardegna e Sicilia del 35/39%. In dati assoluti sono numeri che sgomentano, si tratta di circa 195.00 ragazzi che dopo vari fallimenti abbandonano definitivamente la scuola e qualunque forma di percorso formativo.
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Le due questioni, cioè la lontananza degli adulti dai mondi giovanili e l’abbandono scolastico, non sono scollegate, a questo si deve aggiungere la difficoltà nel rapporto con le famiglie, che sono cambiate per natura, organizzazione e cultura e la frustrazione di fondo che attraversa tutta la società, l’idea cioè che l’istruzione non serve a nulla, le prospettive sono inesistenti e ognuno si deve arrangiare con quello che ha, il corpo le ragazze (non nascondiamocelo, i fenomeni di micro-prostituzione sono in crescita esponenziale) e i ragazzi con la forza del bullo. Si può invertire la rotta? Il gruppo di lavoro su Infanzia e adolescenza di cui faccio parte ha cominciato a fare quello che secondo me è mancato in questi anni: l’elaborazione di un modello educativo che promuova il rispetto reciproco, la nonviolenza, il protagonismo positivo dei ragazzi, la loro partecipazione ai processi democratici e decisionali nella scuola. È poco? Io invece penso che sia tutto qui. A condizione di non avere fretta.
info: sassari@arci.it
venerdì 21 settembre 2012
– Profumo, illusioni digitali
Semplificazione delle procedure per migliorare la scuola o piuttosto banalizzazione dei problemi per stupire l’opinione pubblica attraverso media compiacenti? La domanda sorge spontanea di fronte all’ennesimo annuncio del Ministro dell’Istruzione in merito alle “magnifiche sorti e progressive” che ci riserverebbero gli investimenti nel campo delle tecnologie digitali. Come si può leggere sul sito del MIUR , in una conferenza stampa convocata in occasione del primo giorno di scuola, Profumo ha espresso la sua intenzione di dare l’addio a tutta la carta (non solo a quella igienica, che ormai manca da tempo immemorabile dalle nostre scuole), digitalizzando e dematerializzando i processi e le procedure amministrative, in modo da ridurre le spese di segreteria e per la didattica.
In particolare, il progetto – fondo previsto 24 milioni di euro – implicherebbe l’acquisto di un Pc per ogni classe di medie e superiori. L’uso dei computer renderebbe inutile l’impiego di materiali cartacei, con un risparmio per mancato acquisto di 26 milioni nei due ordini di scuola citati, a cui si sommerebbero altri 4 milioni di euro di risparmio della primaria, che al momento sembra però esclusa dall’elargizione. La dotazione di dispositivi appare peraltro l’unico passo definito di quanto previsto in questo specifico ambito dalla legge 135 del 7.8.2012 (l’italica revisione di spesa, o, esoticamente, spending review, che dedica alla scuola alcuni articoli). In particolare, all’art. 6 si prevede che dall’anno scolastico in corso le iscrizioni avvengano esclusivamente in modalità online, le scuole redigano la pagella degli alunni in formato elettronico, con pieno valore legale, e i docenti adottino registri e comunicazioni alle famiglie usando la rete Internet. Un gioco da ragazzi: chissà perché nessuno ci ha pensato prima.
Per attuare tutto questo il Ministro ha il compito di predisporre un “piano operativo” entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge, ovvero entro la metà di ottobre. Ma immaginate il collegio docenti che ogni scuola ha celebrato all’inizio di settembre: nessuna – seppur preliminare e vaga – indicazione, né notizie su eventuali future infrastrutture. Scoraggiata l’ingenua (e sparuta) pattuglia di quanti attendevano con fiducia e trepidazione l’imminente rivoluzione digitale, vaticinata da Profumo ed enfatizzata dalle fanfare mediatiche a luglio; ha prevalso lo scetticismo di chi da anni assiste alla politica degli annunci – ora velleitari, ora elettorali, ora apertamente demagogici – a cui non si dà seguito.
E infatti la stragrande maggioranza delle istituzioni scolastiche ha nel frattempo acquistato sia i registri di classe sia quelli personali degli insegnanti in formato cartaceo, mentre alle famiglie è rimasto l’onere di pagare i libretti per la gestione delle assenze e la notifica delle valutazioni. Noi stessi abbiamo diligentemente compilato gli elenchi degli allievi, annotato gli argomenti delle prime lezioni, le prime assenze, i primi ritardi, le prime giustificazioni dei genitori, il numero di protocollo delle prime “circolari”. Soprattutto abbiamo apposto le prime firme che attestano la nostra presenza sul posto di lavoro in modo prioritario rispetto a qualsiasi altro metodo di rilevazione, come sancito qualche tempo fa niente meno che dalla Corte di Cassazione . Abbiamo, insomma, fatto i conti con la complessità delle operazioni di registrazione e comunicazione implicate dal fatto che la scuola non è solo luogo della didattica, ma ente della Pubblica Amministrazione; fatto che – a quanto pare – paradossalmente lo stesso MIUR, con i suoi proclami trionfalistici, tende a sottovalutare.
E non abbiamo ancora assegnato voti, ovvero valutazioni formali degli apprendimenti, che non possono essere limitate all’indicazione di un numero, ma vanno motivate mediante criteri espliciti, che devono essere definiti, dichiarati, comunicati e di volta in volta enunciati. Possiamo apparire un po’ pedanti, ma quel che ci interessa è far capire a un’opinione pubblica che immaginiamo meno ingenua di quanto la consideri il Ministero dell’Istruzione, che registri e pagelle non possono essere ridotti alla vulgata che tanto piace ai media, ovvero alla comunicazione di voti, assenze e ritardi, magari con un SMS sul cellulare dei genitori. Certo, ci sono scuole che hanno adottato dispositivi e procedure digitali in modo efficace ed efficiente, realizzando risparmi e migliorando sia le condizioni di lavoro sia le relazioni con le famiglie. Ma la realtà dell’intero Paese non è quella di alcuni (pochi) istituti di eccellenza.
Il punto è che tra digitalizzazione e informatizzazione esiste un’enorme differenza concettuale ed operativa, che il Miur sembra ignorare. Nel secondo caso gli strumenti elettronici vengono impiegati per realizzare in modo più rapido prodotti cartacei, ma non garantiscono alcuna reale dematerializzazione. Relazioni, verbali, elenchi, dichiarazioni, per esempio, compilati con un word processor, vengono di volta in volta stampati e firmati. La digitalizzazione – invece – prevede la scomparsa del prodotto cartaceo: ciò che risiede su supporto elettronico diventa l’“originale”, di cui possono essere rilasciate, su richiesta, copie cartacee. Il processo di realizzazione di un documento digitalizzato deve pertanto garantirgli autenticità, integrità e non ripudiabilità, i tre vincoli amministrativi essenziali. È questo il caso della pagella online: a costituire la certificazione originale sarà la versione digitale. È assolutamente evidente che per realizzarla non è sufficiente disporre di un computer in aula. Sono necessari un software applicativo specifico o la definizione di un modello condiviso, convincente e sicuro. Il rilascio su supporto digitale di una pagella – ma lo stesso vale per registri, voti, assenze e qualsiasi forma di certificazione– va inoltre garantito da più punti di vista: quelli delle eventuali manipolazioni e intrusioni, innanzitutto.
Siamo insomma di fronte a un problema complesso, che richiede risorse, conoscenze, consapevolezze, disponibilità a modificare modi di agire e atteggiamenti mentali. Che implica peraltro anche una considerazione degli aspetti pratici della questione, ai quali le dichiarazioni del ministro e l’enfasi di gran parte dei media non danno peso. Ma che un peso ce l’hanno. Con i 250 euro destinati a ciascuna delle 97mila aule (questa è la cifra), cosa verrà effettivamente acquistato? Dove sarà collocato il Pc nelle classi dagli arredi sovietici e dalla scarsa alimentazione elettrica di molte scuole? Le aule saranno cablate o si userà il wireless? Chi sarà responsabile della conservazione del dispositivo, della manutenzione e della messa in sicurezza delle infrastrutture? E così via: alla scomparsa della carta corrisponde il materializzarsi di numerosi e vari problemi concreti.
Fortunatamente non sta a noi dare una risposta a tutti i quesiti che abbiamo posto. Ciò che speriamo – comunque – è che si vogliano impiegare i 32 milioni di euro eventualmente davvero risparmiati mediante l’operazione per cominciare a mettere a norma quel 65% degli edifici scolastici italiani che, per vari motivi, non lo è; o per provare a diminuire il rapporto alunni-docente ed evitare il problema delle classi-pollaio, contrarie ai principi della sicurezza, del diritto all’apprendimento, dell’inclusione. O, semplicemente, per rendere la scuola pubblica – il luogo della crescita delle nuove generazioni – più tutelata ed accogliente.
Marina Boscaino e Marco Guastavigna
MICROMEGA
(17 settembre 2012
mercoledì 19 settembre 2012
L'Agorà delle donne: LA CASTA NELLA SCUOLA
L'Agorà delle donne: LA CASTA NELLA SCUOLA: Negli ultimi anni abbiamo spesso sentito parlare di CASTA in riferimento alla classe politica, considerazioni critiche che condivido pien...
LA CASTA NELLA SCUOLA
Negli ultimi anni abbiamo spesso sentito parlare di CASTA in riferimento alla classe politica, considerazioni critiche che condivido pienamente, ma nessuno ha messo in evidenza che anche nella scuola, dove svolgo il mio lavoro da tanti anni in qualità di docente, in scuole e regioni diverse, esiste un gruppo di potere privilegiato che gestisce tutte le attività.
Infatti, un ristretto numero di docenti appartenenti ad un gruppo vicino alla dirigenza si trova ad occuparsi contemporaneamente di parecchie funzioni: commissioni, funzioni strumentali, collaborazione con la dirigenza, progetti,etc. in sintesi tutto ciò che fa parte di una torta economica che viene suddivisa sempre e comunque tra gli stessi insegnanti senza che si operi ricambio, non lasciando spazio all'ingresso degli altri che non essendo servili ed non appartenenti al loro ristretto gruppo, ne vengono esclusi.
Di conseguenza si crea nelle scuole un gruppo di potere che poco democraticamente e senza permettere l'alternanza e la rotazione degli incarichi,di fatto gestisce con poca trasparenza le risorse umane ed economiche, non lasciando spazio ad altri docenti che potrebbero essere una valida risorsa per la scuola.
Quando qualcuno timitamene chiede spazio la risposta è l'emarginazione.
Ho espresso questa mia considerazione perchè penso che la scuola dovebbe essere un luogo in cui la partecipazione democratica e le competenze di tutti gli operatori dovrebbero essere valorizzate e libere di esprimersi, perchè ciò è essenziale in un organo responsabile della formazione dei giovani e del futuro del nostro Paese.
Dunque con molta delusione ed amarezza dopo aver dedicato alla scuola la maggior parte della mia vita, con sincero impegno e senso del dovere e della giustizia, mi trovo a dedurre che la scuola non è assolutamente un luogo in cui trionfa il merito e la democrazia.
Piera Repici
Roma,19/09/2012
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