lunedì 23 luglio 2012

Portella della Ginestra / Strage di poveri, segreto di Stato

“Sembrava che i fatti si squagliassero, davanti alle Corti dei tribunali! Diventavano fumo, mentre le domande erano sempre là. E sempre le stesse. Chi ha davvero ammazzato Pisciotta? e come e perché e per conto di chi? Chi ha davvero ucciso Giuliano? e come e perché e per conto di chi? Chi ha davvero sparato alla Ginestra? e come e perché e per conto di chi?”. Muove da questi interrogativi l’ultimo avvincente romanzo che Maria Rosa Cutrufelli ha scritto ispirandosi alla strage di Portella della Ginestra. “I bambini della Ginestra” (Frassinelli, pagg 273, euro 18,50) è un atto d’amore verso le vittime della violenza stragista, un gesto di riconoscimento nei confronti di vittime troppo spesso dimenticate. O silenziate dalla stampa e dalla stessa narrazione storica. “Le vittime delle stragi italiane sono state dimenticate, su di loro l’attenzione dei giornali e degli scrittori non si è quasi mai soffermata, invece a me interessava raccogliere la voce di quelli che hanno subito il trauma e che se lo porteranno dietro per tutta la vita”. Il libro affida ai bambini, simbolo di vulnerabilità, il compito di ripercorrere la storia della strage, a partire dalla sparatoria nella piana e poi il calvario delle udienze e dei processi a Viterbo e a Roma. “C’erano tanti bambini a Portella della Ginestra il primo maggio del 1947, perché era una festa, e tre rimasero uccisi. I due protagonisti, Enza e Lillo, hanno visto la strage compiersi e sono vittime, anche loro. Volevo capire il modo con cui hanno reagito, come hanno superato la loro condizione di fragilità. Mi interessava vedere come da tanta fragilità possa nascere la forza necessaria per chiedere giustizia e per farlo in maniera continuata considerando che i processi durano decenni”. Le vittime di Portella della Ginestra sono le prime di una lunga serie di stragi oscure avvenute nel nostro paese. “Mi ha colpito il fatto che, mentre negli anni si sono formate le associazioni dei superstiti o dei famigliari delle stragi, per Portella della Ginestra, che è stata la prima, l’associazione si sia costituita dopo decenni, negli anni novanta”. Quali le ragioni? “Essere vittima di una strage non era considerato un trauma, infatti il lutto, quelli di Portella, se lo sono elaborati da soli e non sono mai stati assistiti dallo Stato, non hanno avuto facilitazioni, non c’è stato riconoscimento né delle ferite psicologiche né di quelle fisiche. E ci sono persone gravemente menomate o che convivono con schegge nel loro corpo”. Perché ti sei interessata proprio a Portella della Ginestra? “In primo luogo perché la strage è avvenuta in Sicilia, che è terra dove sono nata e dove ho vissuto fino a 9 anni... Ricordo ancora la Sicilia feroce di quel tempo, quando i contadini erano trattati come bestie... Ma quella Sicilia si era ribellata, era nato un grande movimento contadino vincitore sia a livello sindacale perché conquistò i decreti Gullo sia a livello politico perché le prime elezioni per la Regione le vinse il 'blocco del popolo', una specie di federazione delle sinistre. Una Sicilia fuori dagli stereotipi, ecco cosa m'interessava raccontare... Teniamo però presente che quel primo maggio del 1947 non ha cambiato solo la Sicilia, bensì anche l’Italia. Come dicono gli storici, ‘dopo Portella niente fu più come prima’. Era l’inizio della guerra fredda che fu sancita col sangue delle vittime di Portella della Ginestra”. Dunque un’Italia alla quale qualcuno ha voluto impedire di maturare una coscienza civica. Le tante stragi costellano il dopoguerra fino ai nostri giorni così come la crescita dei bambini del romanzo è accompagnata da processi che non hanno mai fine. “È difficile elaborare un lutto se la storia non si chiude mai e se non si chiude con giustizia. Come si fa ad uscire dal trauma se ti ripropongono l’ingiustizia? è un continuo supplizio cui sono condannate delle persone innocenti che sono state vittime di una violenza organizzata e programmata da altri. Lavorando a questo libro, mi sono chiesta come sono cresciuti i bambini testimoni di quella tragedia, con quale fiducia nello Stato e nelle istituzioni. Come costruisci una fiducia se viene smentita ogni momento… un dato, questo, che vale per Portella e anche per le altre stragi. I giudici dell’istruttoria decisero a priori che i mandanti fossero tenuti fuori dal processo. A Viterbo e a Roma si processarono solo alcuni degli esecutori. Se la giustizia è monca a priori quello che accade dopo è, al meglio, una giustizia a metà. Da parte dei bambini c’è questo crescere e prendere coscienza di quello che puoi fare cercando giustizia e verità in molti modi. La Storia, come si sa, la scrivono i vincitori, ma i vinti possono trovare il modo di dire la loro verità. Non a caso uno dei protagonisti, dopo aver sperimentato l’impossibilità di avere verità attraverso la via giudiziaria, diventa uno storico, anche se poi non riesce a fare oggetto di studio la sua storia personale perché si rende conto di non poterla vedere con la necessaria obiettività e in una luce per così dire scientifica. Non riesce perché c’è dentro troppo dolore”. Alla fine, però, c’è un modo per uscirne e per ‘guarire’. “Quello che davvero salva, lo dicono tutti i sopravvissuti e gli studiosi, è la relazione con gli altri, il parlare con gli altri, il ristabilire legami sociali e affettivi. Questi due bambini non riescono ad amarsi finché non stabiliscono una relazione di parola”. E quindi si scrivono, perché la parola scritta è “un diaframma”, una protezione ulteriore. Il libro evidenzia la potenza e l’ineluttabilità dell’intreccio tra la Storia e la vita privata. “Tutti noi siamo attraversati dalla Storia e noi tutti attraversiamo la Storia, ma alcuni ci ‘sbattono contro’ in maniera più forte. Quindi diciamo che la Storia 'grande' è tutt’uno con la storia personale e dei singoli, se vuoi disgiungerla fai un’operazione sbagliata perché non riuscirai mai a capire quello che ti è successo, devi tenere conto di questo attraversamento”. Sul piano meramente politico, e proprio rileggendo tragedie come quella di Portella della Ginestra, come non definire disperante il fatto che si voglia mantenere l’Italia un paese di sudditi invece di far crescere cittadini responsabili e consapevoli… “Su Portella della Ginestra grava ancora il segreto di Stato. Che non ci fosse solo Giuliano o solo i mafiosi a sparare e che ci fossero anche altri (venuti forse da oltre oceano) è stato accertato grazie all’apertura degli archivi della CIA. Se la CIA ha aperto il suo archivio, perché l’Italia no? In un paese la cui storia è una storia nascosta di violenze e prevaricazioni c’è una democrazia bloccata. Per questo l’Italia è un paese che gira su se stesso e non sa mai trovare la sua via. Documentandomi per scrivere il romanzo ho trovato cose inquietanti, penso ad esempio all’intervista che fece Deaglio nel 2006 a Mike Stern (un personaggio che c’è anche nel mio libro), uomo dei servizi segreti americani che una settimana prima del massacro andò a parlare con Giuliano, latitante e ricercato dall’esercito italiano. Questo signore è diventato ricchissimo e Deaglio lo intervista in una nave militare da lui allestita a museo e ancorata nel porto di New York. Sulla sua scrivania ha una foto di Berlusconi, premiato per il suo anticomunismo proprio da Stern. Come non vedere una continuità, un filo che lega tutto…”. Già, come non vedere? inserito da Tiziana Bartolini---NOI DONNE Intervista a Maria Rosa Cutrufelli per l'uscita del suo libro ' I bambini della ginestra' (ed Frassinelli) (22 Luglio 2012)

giovedì 12 luglio 2012

VITE SPEZZATE; VITE CANCELLATE ---Non possiamo più aspettare. E’ un grave allarme sociale ma chi nelle istituzioni è davvero deciso a fermare il massacro? ---
71 donne uccise da uomini violenti, decine di altre vittime “collaterali” dall’inizio dell’anno Oggi è ancora Femminicidio vite spezzate vite cancellate ancora quante? Avevamo parlato di escalation. Quattro donne in tre giorni. Ogni giorno a orrore si aggiunge orrore. La donna uccisa nel Trapanese, Maria Anastasi, di 39 anni, madre di altri tre figli (di 16, 15 e 13 anni) e prossima a partorire il quarto, era scomparsa ieri pomeriggio e l’hanno trovata morta, parzialmente carbonizzata, nelle campagne di Trapani. Si era allontanato dall’auto in cui viaggiavano insieme e al suo ritorno “non l’ha trovata più” così racconta il marito agli inquirenti, i quali dichiarano di non credergli. Si parla di ennesima lite per la presenza dell’amante che l’uomo aveva imposto alla famiglia. Ma se fosse vero che cosa autorizza un uomo in questo paese a pensare che ha il diritto e la forza di comportarsi come vuole, come un talebano con il suo arbitrio totale e tollerato dalla sua comunità e dallo Stato? Forse il fatto che assiste da sempre a comportamenti simili al suo senza che nessuno faccia niente e quindi a essere “strano” sia il comportamento di una donna che non sopporta queste violenze e prevaricazioni quotidiane e che per questo debba essere punita fino alla morte insieme al figlio che sta per nascere? E’ questo che produce l’escalation a cui assistiamo annichilite tutti i giorni? Perché “non c'è dubbio, è una escalation”, così dicevamo all’inizio di questo terribile anno e ancora dicevamo “è allarme sociale”. Come sempre, non ci siamo limitate a denunciare. Abbiamo scritto, già dall’inizio del 2012, alla Ministra Fornero, manifestando la nostra forte preoccupazione e richiedendo un incontro urgente per esporre le nostre proposte per contrastare e prevenire il massacro a cui assistiamo da tempo. Perché si possono fare molte cose per fermarlo. La ministra Fornero che è anche ministra delle pari opportunità e ha la delega per coordinare le politiche contro la violenza maschile non ha mai risposto. Come non ha mai detto nulla. L’assoluta indifferenza di questo ministro ( e per la verità di tutto il Governo, anche di chi firma Appelli contro il femminicidio) a intervenire sul massacro quotidiano di donne a cui stiamo assistendo da mesi non può che lasciarci esterrefatte. Cosa ha a che vedere un simile atteggiamento da parte di “tecnici europei” con tutte le politiche e le raccomandazioni europee contro la violenza alle donne? L’Europa serve solo per le pensioni e la “riforma del mercato del lavoro”. Sempre per togliere e mai per dare? Dobbiamo prendere atto che ignorare il femminicidio sia sintomo di incapacità ad assolvere il proprio ruolo istituzionale? Abbiamo proposto a donne di altre associazioni che condividono l’importanza di contrastare e prevenire la violenza e il femminicidio di lavorare insieme per convincere forze politiche e istituzionali a difendere il diritto alla vita e all’integrità delle donne. Ricordiamo che siamo cittadine di questo stato, ma questo stato mostra livelli di complicità con uomini violenti inaccettabili come ha denunciato anche la rapporteur dell’ONU Rashida Manjoo. http://unionedonne.altervista.org/index.php/comunicati/2012/585-una-convenzione-che-contrasti-la-violenza-maschile.html Non ci siamo accontentate di aspettare una risposta che non arriva, in molte regioni d’Italia le nostre sedi promuovono azioni forti “Stop Femminicidio”, come a Roma per quattro mesi, ogni lunedì, siamo state anche, con le “Donne sul Ponte”, promotrici e partecipi di azioni-lampo di sensibilizzazione delle cittadine e dei cittadini romani. Uomini e donne capiscono e rispondono ma non risponde il governo. Perchè? Non possiamo più aspettare. E’ un grave allarme sociale ma chi nelle istituzioni è davvero deciso a fermare il massacro? UDI - Unione Donne in Italia Roma, 6 Luglio 2012

sabato 11 febbraio 2012

UN DISEGNO DI LEGGE PER LE LAVORATRICI



La fotografia sullo stato del lavoro femminile in Italia è desolante, nel raffronto Europeo, e le parlamentari del PD stanno premendo sul Governo affinché la Riforma del Mercato del Lavoro (allo studio) preveda stanziamenti adeguati almeno ad invertire il trend negativo che
la crisi economica ha ulteriormente impresso al problema. Gli Stati generali sul lavoro delle donne, che il Cnel ha organizzato a Roma il 2 Febbraio 2012, hanno infatti proposto dati allarmanti: nel primo trimestre del 2011 le donne lavoratrici sono diminuite di 45mila unità e nel Sud si è scesi dal 31% di occupazione femminile al 30%.
"Stiamo chiedendo al ministro Fornero di accelerare il varo di misure già promesse per incentivare l'occupazione femminile" dice la
Senatrice del PD Vittoria Franco che è anche firmataria di un disegno di Legge già incardinato alla Commissione Lavoro e che affronta ad ampio raggio il problema delle donne lavoratrici e in attesa di occupazione. Nel decreto Salva Italia sono già stati previsti incentivi
fiscali per le Aziende che assumono giovani e donne "si tratta di un primo passo,aggiunge la senatrice Franco, al quale devono seguire anche misure che contrastino l'abbandono forzato del lavoro di 3 donne su 10, nel momento della nascita di un figlio".
Le Senatrici del PD stanno premendo sul Governo in particolare perché ci sia anche un congedo di paternità (oltre ai tre mesi
previsti per le donne dopo il parto), per un part-time volontario dopo questi tre mesi e affinché gli orari del lavoro femminile siano più
flessibili. Misure che si aggiungono alle richieste di sempre perché si creino le condizioni per la conciliazione del lavoro delle donne in famiglia con il lavoro al servizio del paese. Come risponde il Governo?
Dichiarazioni di buoni intenti ci sono state, ora si aspetta di vedere se, con la Riforma del mercato del Lavoro, si passerà dalle parole ai fatti.
Donne in Parlamento: chi, cosa / Un disegno di legge per le lavoratrici - di Paola Avetta
Dopo gli Stati generali sul lavoro delle donne (Cnel, Roma febbraio 2012) le dichiarazioni della Senatrice Vittoria Franco e la speranza che il Governo dalle parole di passi ai fatti
inserito da Redazione di NOI DONNE
(08 Febbraio 2012)

venerdì 20 gennaio 2012

LA VITA SIAMO NOI



Vogliamo impedire che le donne siano costrette a tornare all’aborto clandestino, vogliamo tutelare la salute delle donne e avere cura della salute psico-affettiva, sessuale e riproduttiva degli adolescenti. Vogliamo sventare il tentativo di impedire l’applicazione della legge 194, già erosa a causa dall’alto numero di medici obiettori di coscienza. Vogliamo che i servizi offerti dai Consultori siano finanziati adeguatamente.
Vogliamo reagire all’attacco all’autodeterminazione delle donne.
Sono questi alcuni degli obiettivi dell’incontro nazionale promosso dall’Assemblea permanente, formatasi a giugno 2010 per contrastare la proposta di legge regionale nel Lazio che vorrebbe modificare i consultori. Contro quella proposta di legge (prima firmataria Olimpia Tarzia) sono state raccolte circa 100mila firme nel corso di più di cento iniziative organizzate in tutta la regione.
Se, come dicono i dati ufficiali, gli aborti in Italia sono costantemente diminuiti è proprio grazie al lavoro sulla salute riproduttiva che hanno fatto i consultori in questi anni, nonostante le regioni li abbiano costantemente definanziati e sostanzialmente ignorati. Oggi quello che occorre non è cambiare le leggi o imporre visioni ideologiche, ma sostenere adeguatamente i Consultori e i servizi di estrema utilità - come prevenzione, ascolto e informazione - che offrono.
Perché un incontro nazionale? Perché il tentativo di imporre visioni ideologiche nei consultori e di limitare la libertà delle donne è in atto anche in altre regioni. Infatti in Piemonte è stata presentata una proposta analoga a quella del Lazio. Inoltre in quasi tutte le regioni italiane i tagli ai finanziamenti provocano carenze alle strutture e impediscono il rinnovo del personale. Vediamo con preoccupazione aumentare le amministrazioni poco interessate alla tutela di servizi di base, soprattutto per le giovani, le donne meno abbienti, le immigrate che i consultori garantiscono e riteniamo che sia giunto il momento di reagire per difendere e rilanciare un’eccellenza italiana. E per dire chiaramente che le donne non accettano di esser messe sotto tutela.
NOI DONNE

sabato 17 dicembre 2011

L'OSSESSIONE DEL CONTROLLO



La mania dei genitori moderni di avere il controllo assoluto sui figli che inizia dal momento in cui vengono a conoscenza della gravidanza.
Ho letto recentemente su Internazionale, un favoloso articolo di Katie Roiphe pubblicato sul Finanacial Times sull’illusione del controllo da parte dei genitori moderni.
Non poteva trovarmi più d’accordo.
L’ovulo viene fecondato e un neogenitore comincia il viaggio nella pianificazione del figlio perfetto.
L’aumento dell’età media del primo figlio nelle coppie moderne può essere uno dei motivi per cui i neogenitori intraprendono il viaggio all inclusive nel villaggio del genitore ineccepibile; si chiamano artisti per decorare la cameretta del nascituro, si prenotano vacanze con mini-club esclusivi, si fanno preiscrizioni per gli asili migliori.
La mania del controllo mista a moralismo e preparazione al sacrificio inizia già dalle prime settimane di gravidanza, dilaga rapidamente il terrore di commettere qualche fatale errore che comprometterà irreversibilmente il futuro neonato; ci sentiamo in colpa per un goccio di vino a tavola, veniamo guardate con diffidenza se gustiamo una fetta di salame o non laviamo la verdura fresca nel bicarbonato.
Sfogliamo riviste specializzate che propongono immacolate camerette dai lindi rivestimenti, passeggini dell’ultima generazione e coltiviamo inconsciamente l’immagine del pupo perfetto dentro quella stanza perfetta.
Ancor prima che nasca abbiamo già comprato paracolpi, paraspigoli, copri prese, sterilizzatori e sigillatori di pannolini puzzolenti, nascondiamo ogni oggetto contundente nel giro di qualche chilometro e accatastiamo, spendendo capitali pur di non inventare niente, scatole di giochi che intrattengano il piccolo in ogni secondo di veglia.
Bisogna proteggere il bambino dal freddo, dai germi, dall’umidità, dalle cadute, dagli odori, dalla noia, da se stesso.
Ma proteggerlo non vuol dire risparmiargli la bruttura del mondo che lo farà crescere, la solitudine e la noia che lo renderanno più inventivo, la cattiveria degli amici che lo renderanno avveduto.
In Italia c’è una battaglia senza quartiere a germi e batteri, i saponi all’Amuchina registrano il tutto esaurito nei supermercati e la politica del togliersi le scarpe prima di entrare in casa di bambini sta spopolando anche tra i miei amici, una volta ben poco igienisti.
Non serve a niente ricordare che un po’ di sana sporcizia aiuta di più a crescere un figlio sano che non farlo vivere in un ambiente asettico; la crociata del pulito non può essere fermata.
Il problema vero è che questi genitori non riescono a staccarsi dal permanente ruolo di genitori correndo il rischio di fondere il concetto di età adulta con genitorialità; agli appuntamenti diventa sempre più raro poter esprimere un concetto o conversare “da grandi” perché l’attenzione è sempre rivolta ai figli, bisogna vedere cosa stanno combinando, soffiargli il naso quando cola, fargli rispettare il politically correct del bambino educato, soddisfare ogni estenuante capriccio dei sempre più succubi bambini.
E’ invece curioso come la mia generazione sia cresciuta nel fumo passivo di genitori giovani e allegramente incoscienti, scolavo i bicchieri con i fondi di Lambrusco che mio nonno mi faceva assaggiare, non avevo para spigoli a proteggere la mia testa e non avevo scarpine anatomiche da settanta euro il paio, eppure sono venuta su lo stesso.
Il brutto mondo l’ho conosciuto attraverso le prepotenze di amici e le ingiustizie dei famigliari, vivevo in cortile con i bambini degli altri palazzoni popolari e mia nonna si sgolava quando doveva chiamarmi, e da qualche parte spuntavo, puzzolente e sudata, spompata dal cemento di quel far west di periferia.
Quando i miei genitori invitavano a casa gli amici, noi bambini potevamo fare quel che ci pareva, mentre i grandi giocavano a carte fino a tardi noi imparavamo a conoscere il mondo dei grandi ed i primi pruriti.
Non c’erano allora i manuali che riempiono oggi le librerie dai titoli tanto ridicoli quanto assurdi: “un padre quasi perfetto”, “nascere genitori”, diciamo che forse si cercava di usare il buon senso e la legge del come si può; la vita dei bambini non era satura di attività didattiche, musicali, artistiche o sportive, vigeva la regola non scritta del tempo morto e ognuno pensava a sé.
La giornalista si chiede, ed io con lei, se tutto questo pianificare e controllare ogni aspetto della vita dei nostri figli non nasconda qualche delusione o rimpianto negli adulti stessi, un matrimonio che non funziona più come un tempo, un sogno riposto troppo alla svelta nel cassetto, un desiderio di avventura.
Lasciamo che l’istinto dei nostri figli li guidi, non sarà una sbucciatura o un raffreddore in più a renderli meno forti mentre aiutarli a saper superare le delusioni e a conoscere le imperfezioni della vita gli darà gli strumenti per diventare adulti più felici.
inserito da erica vecchione---NOI DONNE
(16 Dicembre 2011)

sabato 5 novembre 2011

Dov'è la politica?


Sono una donna che sente il bisogno di condividere alcune riflessioni, in ordine sparso e per mancanza di spazio e tempo anche un po’ ‘schematizzate’.
Una donna che non ama ragionare per categorie, per la quale l’età, la fede, l’identità sessuale non sono categorie della politica, se non in quanto permettono di creare condizioni di pari opportunità e dignità per tutte. Una donna di sinistra che è cresciuta credendo nella politica come ‘servizio’, poi abbiamo imparato anche il valore della politica come ‘desiderio’ e dunque perché non ‘desiderio di rendere un servizio’ nella e alla società della quale facciamo parte, cioè noi stesse, con un modo di fare politica diverso, il valore aggiunto della politica ‘agita’ dalle donne.
La politica, appunto, quella che mi aspettavo di trovare nel Congresso UDI di Bologna, declinata in discussione, per quanto aspra potesse essere, confronto e proposte sul tempo e la realtà nella quale viviamo. Mi aspettavo di sentire le voci delle donne dell’UDI sulla proposta di legge del 50&50, sulla riforma delle pensioni che penalizzerà ancora una volta pesantemente le donne, sulle giovani done che rischiano do non lavorare mai, sul tema della conciliazione di tempi ed orari, e potrei continuare a lungo su tutte le questioni che riguardano la ‘qualità e dignità della vita’ delle donne ( e non solo). Ebbene, tranne pochi interventi, quello della Direttrice di Noi Donne, cui ho voluto scrivere in quanto da sempre punto di riferimento per l’UDI, di alcune donne di Roma, di una donna dell’UDI di Catania e perfino di una donna colombiana e dunque ‘lontana’ dalla realtà italiana e poche altre di cui non ricordo il nome che hanno cercato in qualche modo di ‘mettere i piedi nel piatto’, della politica ho perso quasi subito le tracce. Anzi, ho sentito con dolore spirare quasi subito il vento dell’antipolitica, in nome di una malintesa (a mio parere) autonomia tout court dai partiti e organizzazioni che della politica fanno la loro ragion d’essere, (lo stesso vento che da troppi anni spira a raffiche impietose sul nostro Paese). L’episodio emblematico di tutto ciò è stato il rifiuto a confrontarsi nel congresso con donne delle istituzioni, prima ancora che della politica, Rosy Bindi una per tutte, perdendo così l’occasione di manifestare loro insoddisfazioni e istanze, di ‘inchiodarle’ alle proprie responsabilità e perché no, contestarle per l’eventuale mancato impegno ‘dalla parte delle donne’.
Invece ho visto giovani donne fare della giovane età un valore assoluto, quasi proclamandosi ‘rottamatrici ‘ dell’UDI ma non le ho sentite parlare di politica, ne ho sentite altre fare interventi al limite dell’intimidazione verso le, non poche, voci critiche sugli ultimi anni di gestione politica dell’UDI, che per qualcuna arriva ad identificarsi con la persona della Delegata Nazionale in carica fino al Congresso (ma il partito ad personam non c’è già?), ho sentito parlare di ‘rapporti personali’come motore dell’agire politico, di madri che ‘uccidono’ le figlie, di donne che hanno fatto la storia dell’UDI come Medee incapaci di mettersi da parte. La ‘critica’ è stata definita ‘delegittimazione’, quando non ‘aggressione’ e (sic) ‘vendetta’.
Fino ad assistere ad un’invereconda mise en scéne dell’indignazione, (verso chi o cosa non l’ho ancora capito e me ne scuso…) che si sottraeva subito dopo al confronto aperto in sede di dibattito, dimostrando così di aver ‘rottamato’ anche i fondamentali della democrazia.
Si potrebbe pensare che “la situazione è grave ma non è seria” ma invece a mio parere è terribilmente seria, anzi pericolosa e triste perché ho visto in due giorni quello che non mi sarei aspettata, una deriva culturale e di linguaggio, specchio in piccolo di quella che affligge il nostro Paese, un metodo che si è fatto ahimè sostanza in quest’occasione e che mi ha ricordato la peggior politica e gestione di potere declinata al maschile.
Mentre intorno a noi il Paese brucia…
O sono l’unica ingenua donna di 50 anni ma con un suo passato politico che crede che l’UDI sia un’organizzazione che fa politica nel mondo reale e non in un altrove tanto ‘puro’ quanto ‘indistinto’ , autoreferenziale e incapace di incidere sulle cose, nello stesso mondo reale di partiti ed organizzazioni con i quali ( non con tutti) si troverà in sintonia a volte, altre in aperto disaccordo.
Sono l’unica donna che vuole un’UDI che dia voce alle donne, “amiche, complici, amanti” o meno, che dia loro proposte, risposte un’UDI insomma che come tutte noi dovremmo fare, ‘si sporchi le mani’?
Marilù Cafiero, Roma
(04 Novembre 2011)

venerdì 7 ottobre 2011

Barletta: un evento che ci riguarda tutte ci responsabilizza ancora di più



Un commento alla morte delle operaie tessili di Barletta rimaste coinvolte nel crollo di una palazzina.
Da sempre, ogni 8 marzo in un modo o nell’altro qualcuno racconta l’origine di quella giornata, che fra critiche e consensi comunque ha accompagnato la nostra vita e impegno di donne. Si dice, si racconta che la ricorrenza ebbe origine o fu dedicata alle operaie di una fabbrica tessile di New York che morirono bruciate, dopo giorni e giorni di sciopero… Questa storia mi è tornata in mente mentre leggevo le cronache della tragedia di Barletta, mentre mi domandavo come, in quale modo queste morti tragiche di giovani donne potevamo non solo accompagnarle con il nostro dolore e la nostra rabbia ma non abbandonarle, accettando che come tante altre terribili notizie in pochi giorni svaniscano dalla cronaca e dalla storia; mentre sentivo il bisogno urgente di dire o scrivere qualcosa quasi per dire seppur con parole senza originalità che questo tragico avvenimento riguardava anche me.
Matilde, Tina, Antonella, Giovanna e Maria la figlia dei proprietari del “laboratorio” è stato scritto e detto in decine di articoli e lo ripeto soltanto, erano donne giovani come tante altre, che mentre noi leggiamo e scriviamo continuano piegate al loro lavoro in infiniti scantinati d’Italia, pensando che a loro non capiterà, magari continuando a scherzare, parlare, raccontarsi per far passare il tempo del lavoro nel migliore dei modi, come facevano le mondine che per darsi forza cantavano canzoni arrivate a noi come testimoni di un coraggio e di una vitalità che non s’arrende. La tragedia di Barletta è grande, enorme, umanamente e simbolicamente, per questo, per essere un piccolo spaccato di miglia di altre donne che oggi nel nostro paese al Sud soprattutto ma non solo si adattano si arrangiano ad accettare ogni condizione, senza neanche pensare di contestare perché comunque: c’è almeno “quel poco” con cui aiutare la famiglia o il proprio stesso futuro. Una storia che va detto non è certo nuova, se pensiamo per quanti decenni si è parlato dei caporali che “radunavano le donne" in pulmini, quando gli immigrati erano di là ancora da venire e le portavano a lavorare nelle campagne a prezzi stracciati analoghi a quelli delle nostre operaie.
Ma proprio perché si è lottato tanto per migliorare la condizione dei lavoratori,delle donne abbiamo pensato per anni che alcune pratiche di sfruttamento totale potessero essere superate e che le condizioni fossero cambiate per sempre.
Invece in questa Italia che decade e affonda, proprio sul lavoro come sottolinea efficacemente la copertina di NOI DONNE, la condizione delle donne nella società, nel lavoro è divenuta,a loro spese, la cartina di tornasole del fallimento di un paese, governato in modo indecente. Ma rabbia, malessere dolore non possono farci fermare alla constatazione dei fatti senza pensare a che fare, cosa dire. E allora, non a caso ho scelto NOI DONNE per dire in qualche modo anche la mia e unirmi alla lettera aperta che Tiziana Bartolini ha rivolto a Susanna Camusso ed Emma Marcegaglia dal titolo: Lavoro,Un patto di donne.
Nella lettera di Tiziana vi è una frase che oggi pensando a Barletta appare profetica: "Il lavoro femminile è sottopagato e sempre più precario,anche quando le donne esprimono professionalità qualificate…” Le nostre donne di Barletta credo che dobbiamo dire che svolgessero professionalità qualificate perché solo per questo si riesce a fare bene in condizioni così precarie, in un “impresa manifatturiera" di cui oggi riesce difficile dire tutto il male che andrebbe detto e che sappiamo, per non infierire sul dolore di genitori che lì hanno perso la figlia Donne che se ci fossero state le condizioni solo di qualche anno fa sicuramente sarebbero state bene in alta sartoria ..per produrre quella qualità che ci ha resi famosi nel mondo per i nostri marchi e che oggi viene sostituita in tanti casi da una rincorsa a fare, seppur con tutto il rispetto, quel che fanno i laboratori dei cinesi. Pur di poter scrivere in una concorrenza al ribasso Made in Italy.
Che fare allora? Rafforzare il confronto fra le donne, in ogni realtà dove sia possibile ottenere dei risultati, far crescere la consapevolezza femminile, chiedere a chi ha ruoli di usarli, essere consapevoli che siamo tutte in gioco e “ricacciate” indietro ma anche che come donne abbiamo una forza,una capacità da spendere .. quella forza che chi sa con quanta convinzione: Matide, Tina, Antonella, Giovanna e Maria mettevano nel proprio lavoro e nel proprio impegno convinte di farcela.
E ce l’avrebbero fatta se una società in tante sue espressioni, così poco seria, superficiale, decadente, colpevole tanto da annullare il buono che pure c’è, come la nostra, non avesse ritenuto che le crepe di un palazzo possono essere, non così gravi. Di crepe per altro considerate ininfluenti siamo circondati ma questo governo non sembra preoccuparsene più di tanto mentre il mondo ci guarda sgomento e incredulo..
inserito da paola ortensi--Noi Donne
(05 Ottobre 2011)