lunedì 5 settembre 2011

Il coraggio di Concetta


l coraggio di Concetta affogato in un bicchiere di acido muriatico
Alcune donne, che avevano deciso di collaborare con gli inquirenti, si sono suicidate con l'acido muriatico, vanificando il coraggio di scegliere di schierarsi contro le organizzazioni criminali d'appartenenza.
inserito da Maddalena Robustelli
Sono trascorsi pochi giorni dalla morte della trentunenne Concetta Cacciola, collaboratrice di giustizia, a seguito delle tremende lesioni interne causate dall’acido muriatico ingerito. La scorsa primavera aveva deciso di raccontare le storie della malavita calabrese, vissute indirettamente perché nipote del boss Gregorio Bellocco e moglie di Salvatore Figliuzzi, altro esponente delle organizzazioni criminali locali. Il programma di protezione concessole dallo Stato aveva determinato l’allontanamento dai figli, confinata com’era in una località segreta del Nord. Ad agosto, però, è rientrata a Rosarno per rivedere i suoi cari e di lì a pochi giorni è stata ritrovata morta suicida. Per dirla con le parole di don Marcello Cozzi, rappresentante in Basilicata dell’associazione Libera, ci troviamo di fronte ad una doppia sconfitta dello Stato perché, se realmente Concetta ha deciso di morire, è probabile che questa scelta sia stata suffragata da un insufficiente programma di protezione, che l’aveva lasciata sola con la sua decisione di collaborare con la giustizia; diversamente, se è stata “suicidata”, occorrerà che ci interroghi sull’effettiva qualità delle misure poste a garanzia della sua vita. Questa seconda ipotesi appare quantomeno da prendere in considerazione, perché nel giro di 5 mesi ben 3 donne, che avevano deciso di infrangere il muro di omertà imposto dalle famiglie malavitose, hanno subito la stessa morte, ossia per il tramite dell’acido muriatico. Così, come per Concetta, è stato per Orsola Fallara, dirigente del settore bilancio e finanza del comune di Reggio Calabria, e per Santa Buccafusca, moglie di un boss delle cosche vibonesi. Sono proprio le medesime modalità di morte a gettare ombre su questi suicidi, perché fa specie che chi decida di togliersi la vita utilizzi un mezzo che causa sofferenze e dolori lancinanti, prima che si esali l’ultimo respiro. Parrebbe un messaggio occulto da far comprendere a quante abbiano la tentazione di diventare informatrici, consentendo agli inquirenti, per il tramite dei loro racconti, di ottenere risultati positivi sul fronte della lotta e del contrasto alle organizzazioni criminali. Adriana Musella, presidente di Riferimenti, il Coordinamento nazionale antimafia, recentemente ha chiesto alle donne di mafia un atto di coraggio per emanciparsi dai vincoli con le “famiglie” malavitose, in nome dei loro figli. Evidentemente si è di fronte ad una parziale presa di coscienza sul tema in questione, determinata dalla consapevolezza e la volontà di contribuire a costruire un mondo ed una vita migliore per sé e per i propri congiunti. Ne è prova evidente Denise Cosco, figlia diciottenne di Lea Garofalo, collaboratrice di giustizia, uccisa nel 2009 alla periferia di Milano e sciolta nell’acido per ordine del suo compagno, Carlo Cosco. Questa giovane donna ha deciso di onorare la memoria ed il coraggio della madre costituendosi parte civile contro il padre ed il sistema che egli rappresenta, perché, come scrisse Denise in un sms, non sapeva più cosa fare. “Così fanno fuori pure me, devo stare zitta e basta”, ma quel “basta” deve esserle apparso un macigno così tremendamente pesante da farle perdere ogni speranza nel futuro. Lei che, invece, vuole essere una ragazza normale con i suoi diciotto anni, desiderosa di aprirsi ad un mondo normale che non ha mai conosciuto, costretta, come è stata, o a nascondere la sua infanzia con la madre sotto il programma di protezione, o ad annullarsi come adolescente sotto le leggi dell’antistato, perché dopo l’uccisione di Lea fu obbligata a ritornare da Milano in Calabria. Denise con un atto di coraggio è riuscita a superare il tormento della condizione ambivalente di figlia ed orfana di mafia e costituendosi parte civile nel processo contro il padre spera di assicurare a sé ed ai propri figli un futuro di vita e non di morte. La sua volontà, però, da sola non basta, occorre che la sua decisione sia suffragata da un adeguato sistema di garanzie a tutela della sua incolumità. Non vorremmo che mai assaggiasse l’acido muriatico, come è stato in questi ultimi mesi per Concetta, Orsola e Santa e qui entra in gioco la credibilità dello Stato, che deve assicurare a chi sceglie di collaborare con gli inquirenti una vita sufficientemente dignitosa. Concetta, probabilmente, è morta perché, ritornata in Calabria per rivedere i figli, lasciati al momento di entrare sotto il programma di protezione, non ce l’ha fatta a sopportare le pressioni causate dalla sua scelta di contravvenire alle regole dell’omertà malavitosa. Un fenomeno nuovo, sfuggito al controllo dei clan criminali, rischia conseguentemente di trovare le istituzioni pubbliche incapaci di governarlo e atte a vanificare l’audacia messa in campo da queste donne nella costruzione di un mondo nuovo per i loro cari e di riflesso per tutti noi. Denise, pensando al suo presente, ha detto di recente: “ripongo una grande speranza in questo processo”, la speranza di una rinascita avvenuta nel nome della madre e di quante come lei hanno deciso o decideranno di non essere corresponsabili di un sistema fatto di soprusi, violenza e morte.


sabato 27 agosto 2011

Ma le donne no. Come si vive nel paese più maschilista d'Europa



“La libertà è avere dei diritti – scrive Caterina Soffici – e delle leggi che li tutelano. La libertà è quando puoi reagire al sopruso. Quando puoi farcela camminando sulle tue gambe, senza dover chiedere favori...
inserito da Loredana Massaro
Leggete questo libro. Leggetelo tutto d’un fiato. Lo leggano soprattutto le donne ma lo leggano anche gli uomini. Uno dei concetti che mi ha colpita e che mi vado ripetendo ormai da giorni, è questo: “banalmente persone”. Così scrive la giornalista Caterina Soffici, perché non siamo considerate “persone” ma siamo considerate “donne”, persone solo nell’accezione della differenza di genere. È così che ci considerano gli uomini ma è così che si considerano anche tante donne.

Dal dopoguerra in poi in Italia abbiamo operato una sorta di marcia indietro, l’uguaglianza è solo una bella parola, se le banali persone, di cui prima parlavamo, non sanno che farsene. Ecco l’involuzione dei nostri giorni e un duplice problema: o non abbiamo voluto difendere il principio di uguaglianza per pigrizia, per furbizia, per comodo o, in seconda ipotesi, i poteri forti che reprimono, sono troppo forti per essere sconfitti.

Le donne che oggi si pongono il problema sono viste come delle “passatiste”, un folklore fuori luogo, il Sessantotto è finito, gli anni Settanta sono andati e per chi avesse la buona volontà di pensarci su, c’è un sorriso di compatimento. Salvo poi indignarsi per l’ultimo disumano fatto di cronaca che è accaduto proprio sotto casa nostra. Niente di cui meravigliarsi, una società violenta, che esclude, genera violenza e tocca a noi porre fine al circolo vizioso.

E per iniziare le discriminazioni sui posti di lavoro. Le donne vengono pagate meno degli uomini o impossibilitate ad accedere ai ruoli di dirigenza. Qualcuna ce l’ha fatta. Lilly Ledbetter è una donna che da sola, è riuscita a vincere una causa contro una delle multinazionali più potenti d’America, è fautrice di una legge contro le discriminazioni sul lavoro, la prima legge firmata tra orgoglio e commozione dal presidente degli Stati Uniti, Obama Barack, il 29 gennaio 2009, a ridosso del mandato presidenziale. I due si abbracciano e scendono le lacrime alle dieci e mezza di un freddo mattino a Washington. Un coraggio e una forza morale tali da vincere un colosso come la Goodyear.

In tema di diritto del lavoro, il divario che emerge tra la giurisprudenza italiana e quella emanata dai parlamenti di paesi europei a noi tanto vicini, lascia davvero sbalorditi. Fantascienza e medioevo convivono a pochi chilometri di distanza, separati da una fitta rete di leggi e sostegni economici che proteggono le donne sul lavoro: leggi contro il mobbing, contro la discriminazione delle madri, leggi sul part-time, periodo di aspettativa fino a tre anni per le neomamme, congedo per paternità fino a dodici mesi, assegni familiari “veri”, garanzia dell’80% o del 100% della busta paga nei periodi di malattia del figlio, defiscalizzazione sul lavoro di colf e baby-sitter, la certezza di un posto all’asilo nido, sussidi pubblici a sostegno della natalità, promozioni e avanzamenti di carriera comunicati addirittura durante la maternità.

Intanto in Italia quella che la ministra Stefania Prestigiacomo ha cercato di far passare in Parlamento fino alle lacrime, è la legge sulle quote rosa, le votano contro e la legge non passa. Sarebbe potuta essere una insperata opportunità per le donne italiane e invece finisce con la bocciatura e l’elargizione dei sorrisi di Berlusconi a destra e a manca dell’aula parlamentare a significare “faremo come se…” e il pianto della Pdl Prestigiacomo che degli anni Settanta, ahimé, non ha davvero nulla. E correlato, il velinismo e la prostituzione che conquista seggi nel parlamento italiano, seggi nel parlamento europeo, conquista ministeri. Così se il parlamento non approva le leggi sulle quote rosa, riserva a donne posti (pochi!) in parlamento, ossia li riserva a donne che elargiscono i loro favori agli uomini politici italiani. Qui forse qualcuno reagisce al torpore generale, non fosse altro per quel retaggio cattolico e un po’ bigotto che ogni italiano e italiana si trascina dietro da sempre.

Infine la pubblicità e i mass media, la dittatura della bellezza e della giovinezza, il corpo delle donne usato come oggetto per vendere oggetti sessuati, per esempio abiti indecenti, che spingono a vestirci in modo altrettanto indecente. Le immagini pubblicitarie che le multinazionali diffondono a valanga nel nostro paese e che, in assenza di divieti legislativi e regolamentazioni, operano una coercizione e una violenza morale che in altri paesi dell’Unione europea, non è permessa in quanto offensiva della dignità delle persone. Comprovati studi scientifici sulla mente umana, hanno constatato che se un messaggio arriva martellante sulla corteccia cerebrale, uomini e donne saranno portati a ritenere le false credenze come vere e quindi a farle proprie. È così che successe con la propaganda nazista contro gli ebrei.

(4 agosto 2011)

di Loredana Massaro

mercoledì 27 luglio 2011

SIAMO TUTTE NORVEGESI.

ROMA / Siamo tutte norvegesi
GIOVEDI' 28 LUGLIO A ROMA VEGLIA DI DONNE IN RICORDO DELLE VITTIME DELLA STRAGE DI UTOYA
LE DONNE DI ROMA CONDIVIDONO UN DOLORE CHE È DI TUTTE E TUTTI GLI EUROPEI,
E PARTECIPANO AL LUTTO DELLE MADRI E DEL POPOLO NORVEGESE.
NO ALL'INTOLLERANZA E ALL'ODIO XENOFOBO.
PORTA UN FIORE BIANCO E UNA CANDELA.
GIOVEDÌ 28 LUGLIO 2011, ORE 19
DAVANTI ALL'AMBASCIATA DI NORVEGIA, VIA SAN DOMENICO 1
E’ stata promossa da un cartello di associazioni e gruppi di donne della Capitale, la Veglia Cittadina in memoria dei Ragazzi e delle Ragazze Norvegesi, vittime incolpevoli della strage perpetrata con folle disegno criminale nell’isola di Utoya. “Un atto dovuto”, dicono le promotrici, “per condividere un dolore che è di tutte e tutti gli Europei, per essere vicine alle madri ed al popolo norvegese in lutto, ma anche un atto di denuncia e di resistenza contro l’intolleranza e la xenofobia che cerca di seminare l’odio in Europa. Il Novecento ha già vissuto tutti gli orrori e le tragiche conseguenze del delirio nazista, l’Olocausto e la morte di milioni di persone indifese, piccoli e grandi, sono lì a ricordarcelo. Oggi piangiamo i giovani laburisti norvegesi vittime della stessa violenza, e saremo davanti all’ambasciata norvegese con un fiore bianco e una candela a manifestare la nostra partecipazione al lutto e la nostra solidarietà”.
NOI DONNE

martedì 26 luglio 2011

Spagna: Una sentenza della Corte Suprema riconosce il lavoro domestico



Una sentenza della Suprema Corte contribuisce a fare un passo in più nel riconoscimento del lavoro domestico. La sentenza ha riconosciuto un compenso di 108.000 € ad una donna dopo quindici anni di matrimonio in regime di separazione dei beni, per i lavori svolti in casa.Per la quantificazione si è fatto ricorso al salario di una lavoratrice domestica moltiplicato per gli anni di matrimonio
La Corte ha accettato la decisione del Tribunale di primo grado di Móstoles, successivamente revocata del Tribunale Provinciale di Madrid, con la quale Maria Piedad Fa sarà ricompensata con 108.000 euro, dopo il suo divorzio per aver contribuito per quindici anni in regime di separazione dei beni alle spese familiari, con i lavori domestici e la cura della figlia.
La sentenza chiarisce che "il lavoro domestico non solo è una forma di contributo, ma costituisce titolo per ottenere un risarcimento nel momento della fine del regime".
Per la quantificazione si è fatto ricorso al salario di una lavoratrice domestica moltiplicato per gli anni di matrimonio. In questo caso la cifra è stata quantificata in 600 euro mensili. Maria Piedad Fa, laureata in legge, non ha mai esercitato una professione o qualsiasi altro lavoro durante i quindici anni di matrimonio, dedicandosi esclusivamente alle faccende domestiche e alla cura della figlia.
Il riconoscimento della Corte non crea giurisprudenza, perché occorrono ancora due decisioni in questa direzione, ma serve affinché "sia riconosciuto il lavoro svolto in casa. Un lavoro molto dimenticato" ha commentato l’avvocata Themis. Non sono mancati su Internet sprezzanti commenti a questa sentenza.
Villar-Pérez ricorda però, che il lavoro domestico è molto di più che "lavare una tazza o stirare una camicia".
Si tratta di una serie di compiti in aggiunta alla rinuncia di un’aspettativa professionale e di carriera.

giovedì 21 luglio 2011

Le donne continuano a non essere rappresentate nelle istituzioni


Politica è tutto ciò che riguarda il cittadino, il civile, il sociale, il pubblico.
Aristotele definisce la politica come “Arte e scienza del governo”. Chi viene eletto deve rappresentare tutti i cittadini, tanto gli uomini quanto le donne. Invece il panorama politico italiano scarseggia della presenza di noi donne. Attualmente nel nostro parlamento ci si limita ad una quota del 19% di donne. Senza considerare che tal misero risultato costituisce il primato nostrano di presenza femminile nei luoghi di decisione (negli anni 70 si calcolava una percentuale del solo 3%) quando, in una situazione paritaria, tale percentuale dovrebbe essere del 50%, permettendo alle donne di rappresentare un secondo occhio sul mondo. Questo divario è diretta conseguenza di un tardivo riconoscimento alle donne dei diritti fondamentali rispetto all’uomo, con un diritto al voto riconosciuto solamente nel 1946 e il diritto dell’Habeas Corpus (Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato) già sancito nella Magna Charta Libertatum nell’Inghilterra del 1200, entra realmente in vigore per le donne con l’Articolo 9 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Non dimentichiamo infine che è solo del 1996 la prima legge contro la violenza sessuale in Italia. Un’acquisizione dei diritti così lenta pone di fatto la donna in una situazione sociale diversa, di SUBALTERNITÀ’. Una risposta a questa situazione è stata la manifestazione del 13 febbraio “Se non ora quando?”. La manifestazione ha scosso il sempre più lontano mondo della politica e l’anestetizzata opinione pubblica, dimostrando con la sua straordinaria partecipazione che le donne sono diverse le une dalle altre, ma sanno parlarsi, ascoltarsi e capirsi, portando nelle piazze italiane e d’Europa un milione di persone. Siamo consapevoli che la politica fin dai tempi più antichi è sempre stata di patrocinio maschile, ma ancora oggi l’Italia, in tutti i dati forniti dalle organizzazioni internazionali e nazionali, resta un paese in cui le donne continuano a non essere rappresentate nelle istituzioni e ad avere scarse possibilità di carriera lavorativa Il rapporto 2010 sul Gender Gap del World Economic Forum pone il nostro Paese al 74esimo posto nella classifica che misura il divario di opportunità tra uomini e donne in 134 nazioni. Gli unici due settori in cui l’Italia riesce a primeggiare sono il sostegno alla maternità e l’assistenza sanitaria, ma non basta a risollevare una situazione così drammatica. Un’analisi più approfondita dimostra che le donne subiscono trattamenti discriminanti e penalizzanti in campo professionale e lavorativo. Dati alla mano, solo il 47% delle donne lavora, contro il 70% degli uomini, e si riscontra un 25-30% di differenza salariale in meno a parità di impiego (“le donne costano meno in fatto di incentivi e bonus vari”). L’incidenza del precariato delle donne è doppia rispetto all’uomo. Sono le donne le prime ad essere licenziate in caso di crisi. Inoltre molte famiglie sono monoreddito perché la donna non lavora, comportando un conseguente impoverimento economico del paese

lunedì 11 luglio 2011

La sfida delle donne per un welfare più giusto



Il futuro incomincia oggi. Le donne che in questi mesi si sono spontaneamente e capillarmente organizzate per imporsi come protagoniste visibili e riconosciute nella sfera pubblica non possono esimersi dall'interloquire con l'agenda politica ed economica che si sta definendo in questi giorni.
Non è certo un momento facile. Mentre si stanno valutando i limiti e gli arretramenti di conquiste fatte in tempi più favorevoli, si devono fare i conti con una situazione difficile sotto tutti i punti di vista.

Non si tratta solo di fare i conti con il peso delle conquiste mancate, dell'arretramento della cultura politica, dell'esasperante immobilismo di quella imprenditoriale, del permanere di un monopolio maschile quasi intoccato in tutte le sfere decisionali. Occorre anche definire una agenda economica e politica che sia equa (anche) dal punto di vista delle chance e dei costi specifici per le donne, in un contesto caratterizzato da risorse finanziarie ridotte, dove la discussione sembra riguardare esclusivamente quali diritti acquisiti colpire e quali difendere: con poco spazio per una ridefinizione dei diritti stessi e dei loro soggetti.

Per non rischiare di oscillare tra il velleitarismo e la rassegnazione del piccolo cabotaggio occorre immaginare una agenda realistica nella fattibilità ma intellettualmente e politicamente coraggiosa. Tra i punti di questa agenda mi sembra debbano stare innanzitutto una battaglia contro il monopolio di genere in tutti i posti che contano e un discorso pubblico sui diritti civili. Si tratta di riforme a costo zero dal punto di vista economico, ma molto impegnative e difficili sul piano culturale e politico. Occorre battersi per entrare nei luoghi di presa delle decisioni, ma anche per modificare i criteri formali e soprattutto informali con cui si entra. Il che comporta sorveglianza ma anche spirito (auto)critico.

Affrontare il discorso sui diritti civili è sicuramente difficile per i rapporti interni ad un movimento che si vuole trasversale, dove stanno molte anime che si differenziano in alcuni casi profondamente su temi come la riproduzione assistita, l'aborto, le disposizioni di fine vita, la sessualità. Ma se il movimento delle donne vuole essere una novità sul piano politico deve sviluppare la capacità di affrontare temi conflittuali senza dividersi e senza pretese di monopolio di verità. Se la diversità è un valore, occorre rispettarla senza imporre – anche normativamente – la propria. E viceversa lasciando a ciascuna/o la responsabilità di decidere su di sé, garantendole gli strumenti adeguati, potrebbe essere la prima radicale novità introdotta dal movimento.

Ma il movimento deve intervenire anche sulla manovra finanziaria, perché tocca questioni molto importanti per la vita pratica di ciascuna/o, oggi e nel medio periodo. Non vi è dubbio che la manovra approvata nei giorni scorsi, con i tagli agli enti locali, segna un pesante arretramento rispetto alle condizioni minime di conciliazione tra famiglia e lavoro che sono così importanti per le donne e per la loro possibilità di stare nel mercato del lavoro anche in presenza di responsabilità famigliari. È necessario innanzitutto ridefinire i termini del problema. Il welfare – quello fatto di servizi, ma anche di sostegno al reddito per chi è in difficoltà – non è una spesa improduttiva. È un investimento sociale, in capitale umano e in coesione sociale. Non investire in servizi per la prima infanzia, ad esempio, non significa solo rendere difficile la vita alle madri. Significa anche non investire nelle capacità delle nuove generazioni. Buoni servizi per le persone non autosufficienti sono innanzitutto uno strumento per riconoscere loro dignità e parziale autonomia dalla pur affettuosa solidarietà dei famigliari (se e quando c'è).

Affrontando la questione del welfare, il movimento delle donne non potrà esimersi dall'affrontare anche quello dell'età alla pensione per le donne nel settore privato. Perché non proporre uno scambio tra il mantenimento delle risorse per il welfare dei servizi e un anticipo dell'innalzamento graduale della pensione al 2012? La data di inizio della, lentissima, gradualità è troppo spostata in avanti, quasi di una generazione. Proponiamo invece un patto tra generazioni di donne, con le madri che accettano una graduale dilazione della propria andata in pensione in cambio di servizi per le figlie e i nipoti. Ovviamente sotto il controllo di donne presenti massicciamente in tutti i luoghi che contano. Perché, come abbiamo visto, dei patti fatti con gli uomini, specie in politica, non ci si può fidare.

di Chiara Saraceno, da Repubblica, 11 luglio 2011

venerdì 1 luglio 2011

NON CI SONO MISURE A SOSTEGNO DE

onne in Parlamento: cosa, chi/Età pensionabile donne - di Paola Avetta
Proteste per il mancato ultizzo dei fondi per le politiche di conciliazione
inserito da Redazione
Un'autentica preoccupazione serpeggia in Parlamento a proposito dell'innalzamento dell'età pensionabile delle donne. Le proteste in corso, data la mancata utilizzazione per misure a sostegno delle donne ( per l'avviamento al lavoro e la conciliazione tra lavoro e famiglia) del "tesoretto" accumulato con l'innalzamento dai 60, ai 65 anni dell'età pensionabile delle dipendenti pubbliche si accompagnano, in queste ore, all'accensione dei riflettori sul prossimo Consiglio dei Ministri convocato per Giovedì. Lì dovrebbe essere varata la manovra economica e al suo interno "si dice" anche un nuovo innalzamento dell'età pensionabile delle donne. Questa volta riguarderebbe le lavoratrice del settore privato e "si dice" il risparmio che ne deriverebbe farebbe entrare nelle casse dello Stato ben 10 miliardi di Euro: più del doppio del tanto conteso tesoretto. Le donne dell'opposizione sono già sul piede di guerra e si indignano:"Il Governo spreme le donne come limoni" dice la senatrice Vittoria Franco del PD "da una parte toglie gli anni di pensionamento anticipato rispetto agli uomini e che avevano il valore di una compensazione per il doppio lavoro svolto in precedenza , dall'altra traduce i tagli agli enti locali e alla scuola in tagli ai servizi offerti alle famiglie e infine non compensa con altre misure di sostegno alla donna lavoratrice il risparmio ottenuto con l'eliminazione del sostegno offerto dal pensionamento anticipato." Questo dimostra quanto contano le donne per Berlusconi : "nulla!" conclude la senatrice Franco.
Intanto si tenta anche di sensibilizzare le donne della maggioranza perchè si oppongano a questa nuova misura giudicata ingiusta per il genere "donna". Dal Pdl per ora non vengono segnali ma molte speranze si concentrano sulle contrarietà che la Lega oppone al varo di questa annuale manovra.