lunedì 25 ottobre 2010

Riallacciare i fili dell’emancipazione femminile .


Il vivere delle giovani come flusso
Aiutare le nostre amiche a riallaciare i fili dell’emancipazione femminile in termini corretti
Catia Iori
Ho trascorso le mie vacanze con alcune giovani ragazze che si stanno accingendo ad entrare nel mondo del lavoro. Fresche di studi e di entusiasmi ammirevoli, cominciano così il loro lento avvicinamento alle selezioni aziendali. E tuttavia mi sono resa conto di come quella razionalità di fondo che guidava le scelte di noi quarantenni sia totalmente sfumata per lasciare il posto all’emozione vissuta con forte coinvolgimento psichico. La felicità per le nostre sorelle più giovani è possibile e da ricercare con ogni sforzo (e questo mi pare buono), il dolore è un’esperienza essenziale, fare famiglia è quel che serve per condividere la vita con un’altra persona, la generosità è dono, la vita è avventura o viaggio; la cultura è ricerca di senso, le paure, se ci sono ineriscono alla propria personale dimensione (se si è malate, se si è orfane, se ci si sente sole) e non alla guerra, alla criminalità o a una dimensione più collettiva. Tutta la tensione è rivolta a se stesse e alle propri emozioni: non a caso si leggono libri di psicologia a go go. Questa prigionia in se stesse si accompagna con una parallela prigionia nel presente. Il tempo è il tempo di oggi, da consumare o da valorizzare: non si dà peso alcuno alla memoria del passato e alla speranza del futuro; non si crede molto in una vita ultraterrena, non ci sono libri o donne del passato che possano dare senso ad individualità future sia individuali che collettive. Ecco ciò che spaventa di più di queste giovani trentenni è proprio questo: vivono in un flusso costante che rassomiglia molto al flusso televisivo di cui sono spettatrici e figlie, e in cui ogni evento o fiction o talk show è vissuto e concentrato in se stesso, senza ricordo di cosa si è visto prima e senza idea di cosa si vedrà dopo. Come si può reagire a questa doppia prigionia e al conseguente destino di galleggiare in un flusso emotivo, indistinto e senza tempo? E come aiutare le nostre amiche a riallaciare i fili dell’emancipazione femminile in termini corretti?
Il primo impulso è quello di coinvolgerle nella scuola, nelle battaglie civili perché possano uscire dalla propria autocentratura condividendo i loro problemi con le generazioni precedenti, valorizzando adeguatamente la memoria di donne che pensano, studiano, lottano per rendere migliore la storia di noi tutte. Recuperando il senso del tempo e della storia. In seconda battuta penserei che forse è quasi impossibile combattere il flusso entrando nel flusso e che sarebbe importante radicarsi in qualcosa: sul territorio ad esempio con la rivitalizzazione delle realtà locali o con proposte di figure nazionali che possano trascinarle a una maturità di donne con maggiore senso e identità.


(25 ottobre 2010)

mercoledì 20 ottobre 2010

Parità è Qualità


I piccoli grandi 'segreti' di aziende che investono sulle donne
Elena Ribet
“Più donne in posizioni chiave per favorire la crescita economica e uscire dalla crisi”. Lo afferma la Commissione europea nell’ambito della strategia ‘Europa 2020’. Ma non bastano gli studi economici sul PIL, secondo i quali l’aumento dell’occupazione femminile produrrebbe maggiore ricchezza per tutti. Né è sufficiente la prova provata che una maggioranza femminile nei Consigli d’Amministrazione riduca il rischio di insolvenza. Bisogna capire come si fa. E spiegare alla gente, oltre che alle aziende, perché investire sulla risorsa ‘donna’. Visto che, di fatto, una donna su cinque si trova ‘costretta’ ad abbandonare il lavoro dopo la maternità…
Ma quali sono le competenze che possiamo mettere a disposizione? Sicuramente, responsabilità e concretezza, determinazione nel raggiungimento degli obiettivi, capacità di gestione delle relazioni interne ed esterne e di lavoro in gruppo. E poi la famosa ‘predisposizione’ (indotta dai condizionamenti sociali e familiari?) a gestire più problemi contemporaneamente. Quest’ultima, fra le più preziose e utili caratteristiche manageriali, e non solo.
Ma come si cambia la cultura organizzativa? In Piemonte c’è chi lo sta facendo. “L’esigenza di conoscere e valorizzare le esperienze aziendali private che hanno investito significativamente al femminile nasce dal lavoro di analisi e sistematizzazione dei dati del Rapporto biennale uomo-donna delle Imprese con oltre 100 dipendenti in Piemonte, condotto dall’Osservatorio Regionale Mercato del Lavoro e dall’Ufficio delle Consigliere di Parità con il sostegno della dr.ssa Elena Crotta e dell’esperta di parità Paola Merlino. Sulla scorta del Rapporto le Consigliere di Parità, avv. Alida Vitale e avv. Franca Turco, con la disponibilità delle Parti Sociali, hanno voluto avviare il progetto ‘Aziende che investono sulle donne’: una ricerca ‘sul campo’ […] per valorizzare una nuova ‘cultura d’impresa’”. Così nasce ‘é-quality, viaggio nelle imprese dove la Parità è Qualità’, opuscolo realizzato da Kami Comunicazione.
Ci sono aziende che riescono a fare della conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di vita non più un miraggio, ma una realtà. Una realtà accessibile a uomini e donne.
Scopriamo insieme i loro piccoli grandi ‘segreti’.
Innanzi tutto, flessibilità. Tempi e luoghi di lavoro si possono trasformare per venire incontro a tutte le esigenze. Dal telelavoro alla gestione elastica dell’orario, dal part-time al job sharing, dai permessi per visite pediatriche ai trasporti aziendali gratuiti per il personale…
Poi, occorre una nuova cultura aziendale. Ad esempio, sono molte le realtà d’impresa che offrono direttamente o in convenzione esterna servizi di cura per figli e anziani o servizi per la gestione del tempo, fornendo supporto alle pratiche burocratiche per la casa, pratiche amministrative o bancarie, servizi di pulizia.
Aziende che guardano al futuro hanno anche adeguato il sistema retributivo, aiutando le famiglie sotto forma di benefit in particolari momenti. Di contro, possono in certi casi ricevere agevolazioni fiscali.
Ma per cambiare davvero, bisogna avere ben chiari tre elementi.
In primo luogo, si deve scardinare la ‘cultura della presenza’; come è spiegato nell’opuscolo, “Più tempo in azienda per le persone non è sempre sinonimo di produttività e di buona organizzazione del lavoro. La miglior resa si calcola, infatti, su tempi inferiori alle 8 ore lavorative e si ottiene ottimizzando il rapporto ore lavorate/risultato”.
In secondo luogo, occorre sottolineare che la maternità non è e non deve rappresentare un ‘problema’, perché è gestibile attraverso l’organizzazione aziendale: “Gestire il lavoro in team favorisce i processi di condivisione e di delega, rende meno traumatica l’assenza di una persona e più facile il suo reingresso al lavoro. L’assenza per maternità è pianificabile e risolvibile. Se ogni postazione di lavoro è presidiata, ad esempio, da un titolare e da un supplente, a tutti i livelli ognuno ha a fianco chi sa fare il suo lavoro e può eventualmente sostituirlo o supportarlo”.
In terzo e ultimo luogo, bisogna dire che la flessibilità non solo produce effetti sull’immagine aziendale, ma contribuisce anche a potenziarne la produttività e l’efficienza. Come? Con la riduzione dei costi aziendali, la diminuzione dell’assenteismo, l’abbattimento del turnover: “Con la conciliazione migliorano anche le performances finanziarie: i tassi di crescita delle aziende e il gradimento degli azionisti sono più consistenti per le aziende virtuose”.



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Il femminile della New-Economy.


Firenze, forum mondiale imprenditrici
“Al congresso verranno portate sia le motivazioni sia le difficoltà che le imprenditrici di tutto il mondo incontrano nel gestire la loro attività. Sarà occasione di confronto con il mondo dell’economia, della produzione e del commercio, con i decisori delle politiche, ed anche una occasione per incontrare donne che ricoprono importanti ruoli decisionali”. Laura Frati Gucci è Presidente nazionale di AIDDA (Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d’Azienda fondata a Torino nel 1960 e che oggi, con 1500 socie, rappresenta oltre 5.000 imprese) e organizzatrice dell’evento. L’appuntamento di Firenze non è una vetrina perché, precisa Gucci, “seminari, conferenze, incontri individuali di impresa, attività sociali saranno utili a stabilire relazioni collaborative e partership in tutto il mondo”.
Il programma delle giornate è finalizzato al trasferimento di conoscenze e competenze sia in termini di business che in termini di rete di imprese. “Donne leader di diversi paesi del mondo parteciperanno alle faculty per valorizzare le loro esperienze e competenze, stimoli e spunti da utilizzare nella ricerca di un modello di impresa che meglio si adatti alle nuove regole dei mercati - prosegue Gucci - . Abbiamo previsto visite in aziende di eccellenza del made in Italy per analizzare come queste siano sempre più flessibili, dinamiche, creative e attente alla formazione di tutto il capitale umano, all’ecosostenibilità e alla responsabilità sociale”. Dal ricco programma segnaliamo in particolare due iniziative.
La mattina del 22 ottobre la tavola rotonda “Leadership Femminile”, illustrerà come le imprenditrici la vivono nel mondo, anche attraverso il confronto delle esperienze di donne che rivestono importanti ruoli a livello internazionale nei differenti settori (istituzionale, dell’investimento, del management banking, della politica dell’imprenditoria, della moda e dell’arte). Nel pomeriggio “How women face the New Economy and Ecology” cercherà di delineare le linee guida delle imprenditrici e delle donne impegnate nella politica per garantire nuove opportunità di crescita economica, riflettendo su come la New Economy possa essere pianificata in relazione alla New Ecology e in merito a come creare business commerciali in grado di aiutare le future generazioni di donne leader.
“Le partecipanti - affermano le organizzatrici - potranno delineare l’architettura di una nuova economia, che opera nel rispetto delle diverse religioni e prospettive del mondo, vivendo un’esperienza di vero cambiamento”. (Informazioni FCEM: fcemflorence@gmail.com)
PROGRAMMA
FCEM (Les Femmes Chefs d’Entreprises Mondiales) ONG
La sua missione è quella di creare consapevolezza e rafforzare la visibilità delle donne titolari di imprese. Promuove la solidarietà, l’amicizia, la comprensione culturale e lo scambio di esperienze e idee, la crescita professionale delle donne e il perfezionamento delle competenze nel business e incoraggia le donne a creare impresa. Opera per facilitare lo sviluppo di partnership, business e del commercio.
Ha status consultivo presso le Nazioni Unite, il Consiglio d’Europa e quello di rappresentanza presso Unione Europea e presso l’International Labor Organization.
La rete di socie e amiche FCEM include le associazioni nazionali di 84 paesi di tutto il mondo.
Firenze, forum mondiale imprenditrici
Dal 19 al 23 ottobre “New ECO” e 58° congresso mondiale FECM: donne, imprese, ambiente, ecologia
Rosa M. Amorevole

(18 ottobre 2010)

lunedì 18 ottobre 2010

Più potere alle donne contro la fame nel mondo



Secondo recenti rapporti dell’Onu, il numero totale degli affamati nel mondo è sceso per la prima volta in 15 anni. È un fatto incoraggiante, ma non può essere motivo di festeggiamento. Nella Giornata Mondiale per l’Alimentazione, quasi un miliardo di persone continua a soffrire la fame e non ha accesso a risorse alimentari adeguate. Viviamo in un mondo dove si produce abbastanza cibo per tutti. Ma ogni 5 secondi un bambino muore, direttamente o indirettamente, a causa della fame. In Africa, 239 milioni di persone sono vittime della fame. A questi numeri sconcertanti, si aggiunge quello di oltre 2 miliardi di persone sul pianeta che soffrono della cosiddetta “fame nascosta”, o carenza di micronutrienti - evidente nei bambini che non raggiungono uno sviluppo normale e che va scapito delle loro capacità fisiche e intellettive.
Purtroppo i problemi non finiscono qui. Il mancato accesso alle risorse idriche, il crescente impatto dei cambiamenti climatici, la crisi dei mercati locali e nazionali, le infrastrutture inadeguate, le politiche nazionali fragili, unitamente alla mancanza di responsabilità politica e di interventi da parte della comunità internazionale, acuiscono la crisi alimentare su scala mondiale.
Non si può cancellare la fame dalla faccia della terra in un’unica mossa. Tuttavia, come ha sottolineato Oxfam in un rapporto pubblicato in occasione del vertice di New York sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, sappiamo cosa funziona e cosa deve essere ancora fatto per affrontare questo problema. Sono di vitale importanza le politiche e i programmi che incrementano gli investimenti dei paesi poveri in settori chiave come l’agricoltura. E altrettanto importante è un impegno, sia da parte dei paesi ricchi che di quelli poveri, per aumentare di 75 miliardi di dollari l’anno gli investimenti da destinare allo sviluppo rurale, alla sicurezza alimentare, alla protezione sociale, all’assistenza alimentare e ai programmi di nutrizione.
Allo stesso modo, garantire la sicurezza alimentare richiede maggiori sforzi perché sia conferito più potere alle donne. Nell’Africa subsahariana e in altre regioni, le principali responsabili della produzione del cibo e dell’approvvigionamento dell’acqua e del combustibile per cucinare sono le donne. Spesso però sono anche i soggetti più deboli e i loro diritti sono il più delle volte negati, con conseguenze negative sui livelli di nutrizione, per non parlare della qualità complessiva delle condizioni di vita.
La domanda che dobbiamo porci ora è: faremo il necessario per combattere la fame? L’Italia ha un ruolo fondamentale nella riduzione dell’insicurezza alimentare, in qualità di paese membro del G8 e del G20 e dei suoi forti legami con i paesi del Sud del mondo. Inoltre, Roma è la sede delle tre principali agenzie delle Nazioni Unite per l’alimentazione. L’Italia vanta una società civile attiva che svolge un ruolo importante nel sollecitare il governo affinché renda conto del proprio operato. L’opinione pubblica italiana ha dimostrato di essere a favore della distribuzione di aiuti ben gestiti ai paesi poveri: un recente sondaggio ha reso noto che il 70% degli italiani vuole che il governo rispetti le promesse sugli aiuti. Ma non sempre le richieste dell’opinione pubblica italiana hanno ricevuto risposta da parte dei leader politici.
Basta prendere come esempio l’Iniziativa sulla sicurezza alimentare de L’Aquila, promossa in occasione del G8 del 2009. L’impegno preso dai paesi più ricchi per affrontare la crisi alimentare e contrastare la fame è stato un segnale incoraggiante di volontà politica. Tuttavia, a un anno di distanza a quell’impegno non è ancora corrisposta un’azione decisa da parte del governo italiano e delle altre nazioni del G8. Manca ancora una risposta coerente e coordinata a livello globale. L’iniziativa de L’Aquila ha portato all’elaborazione dei Princìpi di Roma per una sicurezza alimentare mondiale sostenibile, concordati lo scorso mese di novembre per promuovere una leadership nazionale, un coordinamento e finanziamenti prevedibili.
Ad ogni modo, questi Princìpi risultano di difficile attuazione e i donatori sembrano ancora rifiutarsi di abbandonare l’approccio ormai obsoleto basato sui progetti. Sappiamo che possiamo fare progressi con strategie adeguate. Alcuni paesi hanno raggiunto risultati significativi nella riduzione della fame combinando politiche efficaci e investimenti. Come sottolineato da Oxfam, i paesi poveri devono adottare politiche e programmi che facciano aumentare i loro investimenti pubblici in settori chiave, inclusa l’agricoltura.
I governi devono assolvere l’obbligo legale di garantire ai loro cittadini il diritto al cibo e alla sussistenza sostenibile. Ma non possono farlo da soli. I donatori devono farsi avanti e fornire un sostegno ai paesi poveri, che permetta il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio entro il 2015.L'Unità art.di Mary Robinson
18 ottobre 2010

martedì 28 settembre 2010

“Bisogna essere una donna anti-patriarcale per poter cambiare le cose.


Genevieve Vaughan
Ricercatrice americana trapiantata in Italia e teorica di un sistema economico basato sullo scambio privo di interesse personale
Silvia Vaccaro
La crisi del sistema capitalista e l’andamento disastroso delle economie di alcuni paesi occidentali nell’ultimo anno hanno aperto un dibattito: oggetto della discussione l’infallibilità del neoliberismo e la possibile apertura a nuove forme di economia. Durante una conferenza sul matriarcato, ho incontrato Genevieve Vaughan, ricercatrice americana trapiantata in Italia, che ha elaborato la “teoria del dono”, un sistema economico basato sullo scambio ma privo di interesse personale. “Penso che si debba e si possa ripartire dal dono soprattutto in un momento di crisi come questo – ha spiegato Genevieve – e dal dare per soddisfare i bisogni dell’altro, non per ottenere un profitto, proprio come fanno le madri coi figli o nelle comunità indigene sparse per il pianeta: solo così può crescere un’umanità migliore e più attenta.” Le ho chiesto come si colloca il femminismo in questo senso. “Credo che il femminismo di per sé è una sorta di dono, perché le donne hanno tentato di restituire alle loro compagne quello che la società patriarcale ha tolto loro nei secoli. Inoltre le donne assolvono ancora oggi una funzione di ‘donans’ nei confronti della società in generale: questa nostra predisposizione al dono e il suo riconoscimento sono vitali per l’umanità intera.”
Le ho chiesto se la presenza di un maggior numero di donne nei governi possa facilitare l’affermarsi dell’economia del dono e lei, sorridendo, ha dichiarato che le donne che hanno un atteggiamento patriarcale e sfruttano il sistema vigente invece che rovesciarlo, non favoriscono di certo un’economia alternativa. “Bisogna essere una donna anti-patriarcale per poter cambiare le cose. Nel subconscio tutte abbiamo la vocazione al dono, ma alcune di noi credono ancora nell’economia capitalista, nonostante tutti i giorni abbiamo le prove che questo sistema genera ingiustizie e disastri. È solo uno specchietto per le allodole: le donne attratte dal capitalismo, che ne vogliono fare parte, non sanno valutarne la portata negativa. Credo dunque che bisognerebbe creare un’economia completamente diversa, non di mercato, ma un’economia del dono generalizzato. Alcuni esempi sono i software gratis che si trovano su internet, o wikipedia, o la condivisione delle informazioni tramite mailing list. È difficile pensare ad un sistema economico alternativo ma spero che, anche grazie alla rete, sarà sempre più semplice condividere e donare agli altri.”
Il dono in parte viene messo in pratica anche nelle nostre società capitaliste, ma l’azione del “donare” non è riconosciuta come un valore. Ancora meno viene riconosciuta l’importanza del ruolo materno e di educazione al dono, portato avanti dalle donne. “L’umanità non vuole riconoscere che tutti crescono in una economia del dono, perché i bambini piccoli ricevono senza dare, non potendo scambiare alla pari con gli adulti. In passato, nelle cosiddette civiltà primitive, esisteva una continuità tra l’infanzia e il mondo degli adulti e venivano mantenute alcune pratiche come quella del dono. Nelle nostre società occidentali invece l’apporto delle madri e dei piccoli non è preso in considerazione come dovrebbe. Io credo che i bambini spesso possano insegnare a noi come comportarci, pensiamo ad esempio a come trattano la natura, noi dovremmo imparare da loro, noi che l’abbiamo devastata!”
Nelle società indigene, tuttora, le economie sono costruite sulle pratiche del dono, mentre le economie occidentali sono costruite solo sullo scambio, sull’interesse personale, sulle sopraffazioni. Secondo Vaughan “capitalismo e patriarcato combaciano: i valori dell’uno sono molto simili a quelli dell’altro. Nonostante alcuni difensori del neoliberismo affermino che il mercato offre la possibilità di vivere in una società più giusta e più equa di quella patriarcale, questa è una bugia: l’ineguaglianza è solo spostata su un piano diverso, un piano materiale.” La lucidità delle riflessioni di Genevieve mi porta ad affermare che una lotta seria contro il patriarcato dovrebbe partire, o quantomeno considerare, una revisione dell’economia vigente dalle sue fondamenta.

(27 settembre 2010)

venerdì 24 settembre 2010

il coraggio delle donne,,,.. Teresa Buonocore


Comunicato per Teresa. Uccisa il 20 settembre del 2010 Martedì 21 Settembre 2010 14:07 UDI Napoli
Teresa Buonocore è morta, uccisa da sconosciuti, dai soliti sconosciuti.
Abbracciare e solidarizzare coi figli, o aver plaudito al coraggio di Teresa nel proteggere la sua bambina per proteggerne altre, è ed è stato doveroso, ma comunque la cosa più comoda che si possa fare.

Si deve dire di più quando una donna muore essendo l'ultima vittima del coraggio di lasciare, denunciare, ribellarsi.
Teresa Buonocore è l'ultima donna vittima di una lunga teoria di uccisioni, nella quale la straordinaria coincidenza tra un evidente fare camorristico dei carnefici, il mutismo dei testimoni occasionali e l'autodifesa in solitudine delinea la qualità del patto sociale.
Come in molta parte della difesa dei diritti delle cittadine, sul femminicidio lo Stato Italiano è flebilmente presente, e lo è per lo più solo dal punto di vista comunicativo. Si tratta di una comunicazione alla quale si sono piegati anche alcuni media, sottolineando sempre ed ossessivamente "la necessità del coraggio da parte delle vittime".
Teresa ha avuto coraggio. Di più ha elargito dignità, pagando nei tribunali e fuori, fino ad essere soppressa.

Noi dobbiamo avere fiducia negli inquirenti, perché con loro abbiamo costruito un rapporto di collaborazione nel sostegno alle vittime che "hanno il coraggio di denunciare", un protocollo tra femminismo e questura di Napoli. Abbiamo anche noi avuto coraggio, a sperimentare una strada che nel 2005 sembrava impercorribile, avviando il dialogo nei luoghi dove la violenza è intercettata: commissariati ed ospedali.
Teresa ha avuto coraggio ed ha investito su una risposta che dallo Stato non è venuta. Non si tratta di fatalità, come non lo è stata per Matilde Sorrentino, nemmeno a dirlo, uccisa con modalità camorristiche, per aver difeso i figli di tutte dagli orchi di Torre Annunziata.
C'è tanto da fare nel nostro paese, simbolicamente, a partire dai luoghi dove la proprietà sui corpi e la pretesa del silenzio esibiscono l'affronto aperto alla sovranità dello Stato di diritto. Non si tratta solo del Sud, o almeno si tratta di quel sud che è ovunque la comunità nazionale individua nella vittima "la colpa di non aver avuto coraggio, ed insieme di averne avuto troppo", cioè dovunque c'è una cittadina di serie b, una donna.

In questi giorni Dacia Maraini ha affermato che la serie infinita dei femminicidi mostra la scomposta reazione alla maggiore richiesta di libertà delle donne, merito, ha detto, del femminismo.
Noi aggiungiamo che c'è un altro merito, taciuto ancora pervicacemente nella categoria "e femministe dove sono?", oltre la rivendicazione della sacrosanta libertà, di tutti, dalle violenze contro le donne. È il merito di aver promosso il "tema culturale" del femminicidio, facendolo approdare tra le istanze di piena responsabilità e competenza del potere politico.

Se i cittadini spettatori non parlano, se le vittime sono sole, se alle donne viene chiesto il coraggio di morire, se lo Stato protesta come un comune cittadino e come quello si rifugia nella retorica, vuol dire che manca qualcosa. Nella difesa di molti diritti manca qualcosa, ma quel qualcosa che manca nel caso delle uccisioni sistematiche delle donne è la presenza simbolica dello Stato, che altrove si esprime se pure in modo inefficiente.
Contro altri reati, lo Stato tiene a difendersi dalle accuse dei cittadini per i suoi insuccessi. Questo perché il danno provocato dei reati camorristici, comunemente detti, e corruttivi, comunemente detti, con leggi e provvedimenti, è riconosciuto formalmente come danno allo stato ed alla comunità tutta.
Contro le violenze sulle donne e la loro uccisione, non è avvenuto nulla di più che l'introduzione di una parola, che sembra uno sport (stalking, che come dice Maraini andrebbe sostituita con persecuzione) e la diffusione di uno spot che reclamizza un prodotto che non si vende e non è a disposizione dello Stato: il coraggio delle donne.

Il dolore che di nuovo proviamo è pieno di rabbia.

UDI di Napoli

mercoledì 1 settembre 2010

la scuola pubblica nonostante riforme improvvisate, proclami, minacce e calunnie continua a camminare


Insegnanti «mamme» o «amiche»,
noi «gentiliane» sembriamo strambe
La lettera
Gentile Direttore, ho apprezzato l'articolo di Giovanni Belardelli (Corriere di venerdì) sulla crisi della scuola e dei docenti, che vivo dall'interno come insegnante di tedesco alle superiori. Spesso ci sentiamo soli, isolati, non solo perché il nostro lavoro è poco riconosciuto, ma anche perché all'interno della scuola in genere ci sono troppi conflitti e manca per così dire lo spirito di corpo, il fatto di essere una squadra; scuola quindi specchio di una società divisa, a volte con conseguenze negative per gli studenti… Non credo molto nella valutazione degli insegnanti attraverso esami che riconoscano il merito, perché anche nella scuola, come nella società, ci sono tante parrocchie e parrocchiette, con i rispettivi santi protettori, che non sono in cielo, ma sulla terra e spesso sono molto, molto influenti.

Vorrei precisare inoltre che il punteggio non dipende solo dall'anzianità di servizio, ma anche dal fatto di avere o meno dei figli (retaggio dell'epoca mussoliniana?): se non sbaglio, 4 punti ogni anno per i figli fino a 5 o 6 anni, 3 punti ogni anno fino al compimento dei 18 anni. Ma il ministro Gelmini non aveva detto che la scuola non è un ente assistenziale? Subito dopo i precari, sono stati gli insegnanti di ruolo single/senza figli le prime vittime della riforma; come mantenere l'entusiasmo dei primi tempi, se quello che si fa per migliorare e coinvolgere gli alunni non viene comunque riconosciuto? Scambi con l'estero, progetti europei, certificazioni, le famose visite di istruzione, dette comunemente «gite», progetti per gli studenti stranieri ecc. sono tutti extra miseramente retribuiti, che non valgono nemmeno per il punteggio. La conclusione è che la scuola in generale si basa sulla buona volontà o sul coraggio degli insegnanti, precari o di ruolo. Stop. Gli insegnanti «gentiliani», che sono stati anche i miei insegnanti e i miei modelli, sono una specie in via di estinzione.

Chi c'è al loro posto? Potrei fare qualche esempio: l'insegnante «mamma», che considera prevalente l'elemento educativo, sicuramente parte dell'insegnamento, con la certezza inossidabile che una madre sia automaticamente una brava educatrice (risposta di una collega a un mio intervento durante un consiglio di classe: «Tu queste cose non le puoi capire, perché non hai figli»); in genere provenienti da un ambito cattolico, pensano di essere le uniche depositarie dei valori. Ancora, l'insegnante «amicone»: si veste e si comporta come un adolescente anche oltre i 40 anni, i suoi voti scendono raramente sotto il sei e ama sparlare degli altri insegnanti con gli alunni; l'insegnante «psicologa» si occupa prevalentemente del disagio adolescenziale, che in qualche caso si manifesta singolarmente in modo acuto in occasione di compiti in classe e interrogazioni. Un altro caso è l'insegnante in «standby», a cui mancano pochi anni alla pensione, che ripete le stesse lezioni quasi senza cambiare una virgola, come un vecchio attore, pensando all'ambito traguardo. Poi l'insegnante «burocrate», che usa volentieri il linguaggio tecnico della scuola: se gli rivolgi una domanda con parole comuni ti guarda perplesso e non risponde. Io credo di essere nella categoria degli scettici e dei dubbiosi, che non si fanno illusioni, ma cercano alla lontana di essere «gentiliani», tollerati da alcuni colleghi come fossili viventi, persone un po' strambe che non vogliono omologarsi, ma pensare con la loro testa. Però, se la scuola pubblica nonostante riforme improvvisate, proclami, minacce e calunnie continua a camminare, magari in modo incerto, vuol dire che ci sono ancora bravi insegnanti che amano il loro lavoro sottostimato, sottopagato, sottovalutato, in altre parole sotterraneo. Cordiali saluti

Nadia Marchetti
Laveno (Va)
01 settembre 2010