Non è un paese per donne "Il nostro paese sottolinea a parole il valore della famiglia, ma non fa granchè per sostenerlo effettivamente..."
mercoledì 12 settembre 2012
lunedì 10 settembre 2012
Siamo sminuite fin dall'infanzia...
Tutte noi donne comprese io e te, vengono sminuite fin dall' infanzia. Siamo state programmate per compiacere, per non sbagliare le nostre condotte, per diffidare del nostro sesto senso. Eppure, se ci fate caso, basta un libro, un incontro significativo, un apprezzamento sentito per permetterci di sfoderare un'energia invidiabile che neppure sapevamo di avere. Ciò che di strategico e centrale per le nostre vite può esserci per evolvere noi stesse e imparare a crescere figli autonomi e intelligenti perché creativi, è proprio l' autostima e l'apprezzamento di sé. Non a scapito di chi ci sta intorno ma insieme a... Tutti rispettano chi ha autostima e rivendica un suo preciso posto nel mondo. Per anni ho notato come le giovani generazioni, facendo del proprio corpo un feticcio, svalorizzano la propria interiorità unica e irripetibile a scapito della propria saggezza interiore. Vorrei suggerire alle donne di iniziare una campagna dal basso, per riscrivere le leggi in modo che siano equamente a favore del genere maschile e di quello femminile. Unite - se non ora quando? - abbiamo uno straordinario potere collettivo. Sostenendo un'idea o una posizione che ci promuovono, ci riconosciamo nel profondo di noi stesse. Cominciamo a fidarci di più della vita e di ciò che ci accade puntando sulle nostre genuine intuizioni, superando ogni senso di colpa e ogni tentativo manipolatorio che ci viene da persone immature o dipendenti. Tutto si trasforma. Vi accorgerete cosi facendo che ognuna di noi ha già dentro di sé tutto ciò che le serve per crescere secondo le sue personali convinzioni, coccolando la sua sensibilità e aggiungendo valore al mondo delle relazioni.
Talora meglio essere sole avendo ben chiaro che l'amore che viviamo parte da noi. Spesso cerchiamo l'uomo giusto che risolva tutti i nostri problemi, nei panni del padre, del marito o del compagno. Ora è il momento di essere la "donna giusta" per noi stesse.
Le idee
Freschi appunti di vitalità
Siamo sminuite fin dall'infanzia...
Catia Iori
(06 Settembre 2012)
sabato 1 settembre 2012
Veline, carne fresca per pubblico bavoso
Tutti i giorni va in onda il teatrino di Ezio Greggio che sfotte ragazze pronte a tutto pur di conquistare una fetta di etere. Quando assisteremo a uno spettacolo simile per scegliere due strafighi da piazzare seminudi su un bancone, a subire le grevità di due arrapatissime e attempate conduttrici? Estate televisiva, siamo quasi agli sgoccioli. Ma il veleno è nella coda, sappiatelo. Perché mentre tutti i palinsesti ripartono, seppur pigramente, lo sprint finale di Veline ci accompagnerà fino alla scelta delle due nuove ragazzette che sgambetteranno sul bancone del tg satirico di Canale 5. Sul tema del velinismo si è scritto tanto, forse troppo. A cominciare dall’articolo di Sofia Ventura sul webmagazine di Farefuturo sul velinismo in politica e non solo, che nel 2009 ha creato più di un grattacapo al governo di allora, a Veronica Lario e a tutto il circo di nani e ballerine che circonda(va?) il Cavaliere. Dibattito ricco, durato tanto tempo, ma che risultati ne ha portati pochi. La prova è lì, puntuale ogni sera, sulle frequenze dell’ammiraglia del Biscione. Il “ruffiano” di turno, che offre al pubblico bavoso carne fresca da mandare al macello, è Ezio Greggio, perfetto esponente di quella corrente di pensiero ultraleggera che ha fatto la fortuna, e non solo televisiva, dell’uomo di Arcore. Osservare ogni sera, per giunta all’ora di cena, un uomo di sessant’anni sfottere platealmente ragazze poco più che maggiorenni, manda in bestia. Non in nome del femminismo trito e ritrito dei tempi che furono, per carità. Ma quelle scosciatissime pulzelle sono evidentemente disposte a tutto pur di diventare veline, anche a coprirsi di ridicolo. Per una volta, dunque, non prendiamocela con gli uomini che detengono il potere catodico, ma con le donne che si piegano a un sistema indegno. Quando assisteremo a uno show di oltre cento puntate per scegliere due strafighi ventenni da piazzare seminudi su un bancone, a subire le battute grevi di due arrapatissime e attempate conduttrici? Passano gli anni, torniamo sempre sullo stesso argomento, ci indigniamo, andiamo in piazza a protestare e poi non cambia niente. Ci meritiamo il Gabibbo? di Domenico Naso | 28 agosto 2012---Il Fatto Quotidiano
Veline, carne fresca per pubblico bavoso
Tutti i giorni va in onda il teatrino di Ezio Greggio che sfotte ragazze pronte a tutto pur di conquistare una fetta di etere. Quando assisteremo a uno spettacolo simile per scegliere due strafighi da piazzare seminudi su un bancone, a subire le grevità di due arrapatissime e attempate conduttrici?
Estate televisiva, siamo quasi agli sgoccioli. Ma il veleno è nella coda, sappiatelo. Perché mentre tutti i palinsesti ripartono, seppur pigramente, lo sprint finale di Veline ci accompagnerà fino alla scelta delle due nuove ragazzette che sgambetteranno sul bancone del tg satirico di Canale 5. Sul tema del velinismo si è scritto tanto, forse troppo. A cominciare dall’articolo di Sofia Ventura sul webmagazine di Farefuturo sul velinismo in politica e non solo, che nel 2009 ha creato più di un grattacapo al governo di allora, a Veronica Lario e a tutto il circo di nani e ballerine che circonda(va?) il Cavaliere.
Dibattito ricco, durato tanto tempo, ma che risultati ne ha portati pochi. La prova è lì, puntuale ogni sera, sulle frequenze dell’ammiraglia del Biscione. Il “ruffiano” di turno, che offre al pubblico bavoso carne fresca da mandare al macello, è Ezio Greggio, perfetto esponente di quella corrente di pensiero ultraleggera che ha fatto la fortuna, e non solo televisiva, dell’uomo di Arcore.
Osservare ogni sera, per giunta all’ora di cena, un uomo di sessant’anni sfottere platealmente ragazze poco più che maggiorenni, manda in bestia.
Non in nome del femminismo trito e ritrito dei tempi che furono, per carità. Ma quelle scosciatissime pulzelle sono evidentemente disposte a tutto pur di diventare veline, anche a coprirsi di ridicolo. Per una volta, dunque, non prendiamocela con gli uomini che detengono il potere catodico, ma con le donne che si piegano a un sistema indegno. Quando assisteremo a uno show di oltre cento puntate per scegliere due strafighi ventenni da piazzare seminudi su un bancone, a subire le battute grevi di due arrapatissime e attempate conduttrici?
Passano gli anni, torniamo sempre sullo stesso argomento, ci indigniamo, andiamo in piazza a protestare e poi non cambia niente. Ci meritiamo il Gabibbo?
di Domenico Naso | 28 agosto 2012---Il Fatto Quotidiano
mercoledì 29 agosto 2012
L'Italia corregga le incongruenze della legge n.40
L'Europa dei diritti condanna l'impossibilità di ricorrere alla diagnosi preimpianto per una coppia portatrice sana di fibrosi cistica
La pronuncia della Corte Europea sull’incoerenza della legge sulla fecondazione assistita con l’omologa sull’interruzione volontaria di gravidanza costituisce indubbiamente uno stimolo rilevante per la classe politica italiana a rivisitare la disciplina normativa sulla procreazione medicalmente assistita. Nel recente passato troppe sono state le pronunce negative al riguardo da parte dei magistrati italiani, che hanno continuamente messo in rilievo l’incostituzionalità della legge n.40, determinando la continua erosione, mattone su mattone, della sua intera struttura portante. Ciononostante non si è ritenuto opportuno mettere mano alla modifica del sistema normativo che regola tale tipo di fecondazione, perché su di esso si riverberano le continue contese ideologiche sull’embrione e sul suo stato giuridico e le polemiche che insorgono ogniqualvolta si mette in competizione il diritto della coppia a scegliere in piena consapevolezza questo tipo di tecniche fecondative e il diritto alla vita dell’embrione. I forti limiti al ricorso della procreazione medicalmente assistita conseguentemente comportano gli inevitabili e costosi viaggi della speranza all’estero per aggirare gli ostacoli che l’attuale legge pone. Il divieto della diagnosi reimpianto per gli embrioni, l’impossibilità di ricorrere alla fecondazione eterologa, l’obbligo di inserire nell’utero più prodotti del concepimento determinatisi grazie a tale tipo di procreazione condizionano fortemente le coppie che intendono rivolgersi ad essa per soddisfare il loro legittimo desiderio di genitorialità e le spingono ad espatriare all’estero con spese più che cospicue.
La sentenza della Corte europea dovrebbe spingere il legislatore italiano a eliminare siffatto fenomeno, apportando le opportune modifiche alla legge n. 40, richieste dal rispetto della Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Eppure il ministro della sanità, R. Balduzzi, che deve decidere a nome del governo se impugnare o no tale pronuncia giurisdizionale, ancora ieri ha sostenuto: “bisogna tenere in conto tutti i valori in gioco, tra cui la soggettività giuridica dell’embrione”. Strano il destino di questa Unione Europea, la cui necessità è acclarata e conclamata a viva voce dai nostri economisti, dai politici nostrani, dai mercati finanziari nazionali e quant’altri, ma destinata a naufragare sugli scogli della tutela dei diritti civili! La coppia italiana che ha richiesto ed ottenuto la pronuncia favorevole alla diagnosi preimpianto, in qualità di portatrice sana di fibrosi cistica, ha ulteriormente diritto ad un risarcimento di 15.000 euro ed al pagamento delle spese processuali sostenute, sempre che il governo non presenti entro tre mesi ricorso , perché in tal caso occorrerebbe attendere l’esito dell’a pronuncia d’appello.
Si dimostri, ordunque, l’esecutivo italiano all’altezza della sfida che gli ha lanciato la Corte europea, si adegui ai rilievi giuridici mossigli in nome della tutela dei diritti dei cittadini europei e, conseguentemente, non si opponga alla pronuncia dell’organo giurisdizionale sovranazionale. Se, come sostiene il ministro Balduzzi, “la questione, in prospettiva, probabilmente sarà riproposta alla Corte”, corriamo il rischio che il palcoscenico internazionale sia calcato dai personaggi delle diatribe politiche italiane, le cui parti in scena avrebbero serie difficoltà nell’essere comprese da un pubblico scevro da condizionamenti ideologici. Si invoca a piè sospinto la credibilità del nostro premier all’estero e poi cadiamo nell’errore opposto, solo perché dobbiamo ancora decidere se l’embrione abbia o no soggettività giuridica. Un dibattito che dura da anni confligge con il diritto di una coppia portatrice sana di una malattia genetica ad essere genitori di bimbi non malati, senza per questo paventare il mostro dell’eugenetica. Non si tratta di scegliere figli con occhi azzurri e capelli biondi o occhi verdi e capelli neri, ma figli sani, ove sia possibile sani. Diritto inviolabile da qualsiasi legislatore e non condizionato da eventuali dispute tra posizioni diverse di pensiero, perché un conto sono le ideologie ed un conto è la vita. A mio parere, è nella piena facoltà della coppia decidere, in piena scienza e coscienza, di vivere o no con un figlio gravemente malato, destinato a morire di sicura morte a causa della malattia genetica di cui è portatrice sana.
Ministro Balduzzi, premier Monti e quanti del governo (e no) dovranno decidere se presentare o no ricorso contro la sentenza della Corte Europea riflettete sulle conseguenze di una siffatta decisione positiva, ricordando che l’Europa della moneta unica, delle finanze pubbliche concordate, dei sacrifici economici imposti va di pari passo con l’Europa delle libertà e del rispetto dei diritti universalmente riconosciuti.
inserito da Maddalena Robustelli
(29 Agosto 2012)
martedì 24 luglio 2012
Calabria, la strage delle donne
La 'ndrangheta uccide decine di mogli, sorelle, figlie. Per punire il tradimento. In nome di un codice barbaro che sembrava cancellato. In esclusiva la verità su un fenomeno drammatico e oscuro
(24 luglio 2012)
E' una strage, coperta dall'omertà e dall'indifferenza: 20 donne assassinate, nella sola Piana di Gioia Tauro. Vittime di una brutalità antica, che ha cambiato volto ma resta identica nella sua ferocia atavica: il delitto d'onore. Sì, nel Ventunesimo secolo esiste ancora. Come nel remoto Afghanistan dei talebani, anche in Calabria resiste il codice più feroce, che punisce con la morte il tradimento femminile. La 'ndrangheta ignora la modernità, anzi la trasforma in una colpa. Adesso non ammazza soltanto chi ha una vera relazione, ma persino le ragazze che fanno amicizia sul Web: chattare, intrecciare legami virtuali basta a scatenare la sentenza definitiva. E il matrimonio è indissolubile oltre la morte: la vedova di un affiliato non può rifarsi una vita, riscoprire l'amore. Il clan non lo tollera: pretende che l'onta venga lavata dagli stessi familiari. Figli, padri, fratelli si trasformano in esecutori.
Spesso nascondono la verità simulando il suicidio, ma il messaggio di vendetta è chiaro: condiviso da molti nei paesi dove comandano le cosche. I parenti assassini sfoggiano fierezza e orgoglio: lavano con il sangue del loro sangue la vergogna da cui si sentivano macchiati e riconquistano il rispetto della comunità. Adesso alcune giovani coraggiose hanno sfidato questa gabbia di orrore. Sanno di non avere scampo, sanno che per amore sarebbero andate incontro alla morte. Altre donne, magistrati dello Stato, come Alessandra Cerreti, le hanno convinte a collaborare garantendo protezione. Così a queste rivelazioni il procuratore aggiunto antimafia di Reggio Calabria, Michele Prestipino, sta riaprendo le indagini su una ventina di casi, archiviati come suicidio o rimasti senza colpevoli. Tutti delitti d'onore, tutti con lo stesso movente.
«La donna che tradisce o disonora la famiglia deve essere punita con la morte», ha detto ai giudici di Palmi poche settimane fa Giuseppina Pesce. Ha trentatre anni, un cognome importante nella Piana di Gioia Tauro e una memoria che sta mettendo in crisi il gotha del potere criminale. I Pesce sono uno dei clan storici di questa valle ai piedi dell'Aspromonte, terra fertile di agrumeti e ulivi secolari dove negli anni Settanta fu costruito un colossale polo siderurgico, inutile cattedrale d'acciaio, con un porto che ha fatto da terminale a qualunque traffico: un sistema che ha arricchito la dinastia mafiosa più potente di Calabria.
Lei è nata e cresciuta in quel mondo: il padre e lo zio sono i boss della zona, autorità indiscusse. Il percorso di collaborazione è complicato, tortuoso, sofferto, così com' è stata la sua vita. Conosce il marito ad appena 14 anni, lui ne ha 22. Rimane incinta a 15 anni, il primo di tre figli, e per "riparare" agli occhi del paese deve ricorrere alla "fuitina". Appena maggiorenne si sposa ed entra a pieno titolo nella casata che domina Rosarno, 15 mila anime, tanti, tantissimi omicidi e un'economia interamente nelle mani delle cosche.
La quotidianità di Giuseppina è a contatto con killer, esattori del racket, narcotrafficanti. Suo marito è un giovane con aspirazioni criminali e si sente in diritto di trattarla come una bestia. «Mi picchiava perché mi ribellavo, perché dicevo le cose che pensavo, e lui per farmi stare zitta mi aggrediva». Dopo esitazioni e ripensamenti, decide di fidarsi del pm antimafia Cerreti: le racconta sedici anni di botte e segregazioni. Riferisce retroscena mafiosi e storie di altre donne, massacrate perché ritenute traditrici. Quello che doveva essere il suo destino.
Dopo tanta brutalità, Giuseppina conosce un uomo gentile, che le dedica attenzioni. Riscopre la gioia, si sente ancora ragazza, è pronta a tutto pur di vivere con lui. Ma sa che il clan non la perdonerà. A salvarla è l'arresto, con l'accusa di aver partecipato agli affari della cosca. «Mi avrebbero ucciso, perché le donne che tradiscono vengono uccise. E' una legge. Ed è successo tante volte in passato, perché qui, in Calabria, ragionano così. Hanno questa mentalità». Davanti ai magistrati ricostruisce fatti concreti: donne fatte sparire, i loro amanti assassinati. Riapre un caso degli anni Ottanta che molti a Rosarno vogliono dimenticare: il dramma di sua cugina Annunziata Pesce, figlia dell'altro boss del paese. In questo caso, addirittura un doppio oltraggio: vuole lasciare il marito per fuggire con un carabiniere di cui si è innamorata. Un'onta inaccettabile, che viola tutti i codici della 'ndrangheta. Annunziata viene prelevata a forza da due persone mentre cammina nel viale principale, in pieno giorno. La caricano su un'auto, che sfreccia via: nessuno ne saprà più nulla. Il carabiniere è trasferito, la scomparsa della donna totalmente dimenticata. Ma la cugina ricorda quello che dicevano in casa e lo mette a verbale: Annunziata è stata ammazzata dai suoi fratelli e il cadavere fatto sparire.
di Lirio Abbate---L'ESPRESSO
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