sabato 11 febbraio 2012

UN DISEGNO DI LEGGE PER LE LAVORATRICI



La fotografia sullo stato del lavoro femminile in Italia è desolante, nel raffronto Europeo, e le parlamentari del PD stanno premendo sul Governo affinché la Riforma del Mercato del Lavoro (allo studio) preveda stanziamenti adeguati almeno ad invertire il trend negativo che
la crisi economica ha ulteriormente impresso al problema. Gli Stati generali sul lavoro delle donne, che il Cnel ha organizzato a Roma il 2 Febbraio 2012, hanno infatti proposto dati allarmanti: nel primo trimestre del 2011 le donne lavoratrici sono diminuite di 45mila unità e nel Sud si è scesi dal 31% di occupazione femminile al 30%.
"Stiamo chiedendo al ministro Fornero di accelerare il varo di misure già promesse per incentivare l'occupazione femminile" dice la
Senatrice del PD Vittoria Franco che è anche firmataria di un disegno di Legge già incardinato alla Commissione Lavoro e che affronta ad ampio raggio il problema delle donne lavoratrici e in attesa di occupazione. Nel decreto Salva Italia sono già stati previsti incentivi
fiscali per le Aziende che assumono giovani e donne "si tratta di un primo passo,aggiunge la senatrice Franco, al quale devono seguire anche misure che contrastino l'abbandono forzato del lavoro di 3 donne su 10, nel momento della nascita di un figlio".
Le Senatrici del PD stanno premendo sul Governo in particolare perché ci sia anche un congedo di paternità (oltre ai tre mesi
previsti per le donne dopo il parto), per un part-time volontario dopo questi tre mesi e affinché gli orari del lavoro femminile siano più
flessibili. Misure che si aggiungono alle richieste di sempre perché si creino le condizioni per la conciliazione del lavoro delle donne in famiglia con il lavoro al servizio del paese. Come risponde il Governo?
Dichiarazioni di buoni intenti ci sono state, ora si aspetta di vedere se, con la Riforma del mercato del Lavoro, si passerà dalle parole ai fatti.
Donne in Parlamento: chi, cosa / Un disegno di legge per le lavoratrici - di Paola Avetta
Dopo gli Stati generali sul lavoro delle donne (Cnel, Roma febbraio 2012) le dichiarazioni della Senatrice Vittoria Franco e la speranza che il Governo dalle parole di passi ai fatti
inserito da Redazione di NOI DONNE
(08 Febbraio 2012)

venerdì 20 gennaio 2012

LA VITA SIAMO NOI



Vogliamo impedire che le donne siano costrette a tornare all’aborto clandestino, vogliamo tutelare la salute delle donne e avere cura della salute psico-affettiva, sessuale e riproduttiva degli adolescenti. Vogliamo sventare il tentativo di impedire l’applicazione della legge 194, già erosa a causa dall’alto numero di medici obiettori di coscienza. Vogliamo che i servizi offerti dai Consultori siano finanziati adeguatamente.
Vogliamo reagire all’attacco all’autodeterminazione delle donne.
Sono questi alcuni degli obiettivi dell’incontro nazionale promosso dall’Assemblea permanente, formatasi a giugno 2010 per contrastare la proposta di legge regionale nel Lazio che vorrebbe modificare i consultori. Contro quella proposta di legge (prima firmataria Olimpia Tarzia) sono state raccolte circa 100mila firme nel corso di più di cento iniziative organizzate in tutta la regione.
Se, come dicono i dati ufficiali, gli aborti in Italia sono costantemente diminuiti è proprio grazie al lavoro sulla salute riproduttiva che hanno fatto i consultori in questi anni, nonostante le regioni li abbiano costantemente definanziati e sostanzialmente ignorati. Oggi quello che occorre non è cambiare le leggi o imporre visioni ideologiche, ma sostenere adeguatamente i Consultori e i servizi di estrema utilità - come prevenzione, ascolto e informazione - che offrono.
Perché un incontro nazionale? Perché il tentativo di imporre visioni ideologiche nei consultori e di limitare la libertà delle donne è in atto anche in altre regioni. Infatti in Piemonte è stata presentata una proposta analoga a quella del Lazio. Inoltre in quasi tutte le regioni italiane i tagli ai finanziamenti provocano carenze alle strutture e impediscono il rinnovo del personale. Vediamo con preoccupazione aumentare le amministrazioni poco interessate alla tutela di servizi di base, soprattutto per le giovani, le donne meno abbienti, le immigrate che i consultori garantiscono e riteniamo che sia giunto il momento di reagire per difendere e rilanciare un’eccellenza italiana. E per dire chiaramente che le donne non accettano di esser messe sotto tutela.
NOI DONNE

sabato 17 dicembre 2011

L'OSSESSIONE DEL CONTROLLO



La mania dei genitori moderni di avere il controllo assoluto sui figli che inizia dal momento in cui vengono a conoscenza della gravidanza.
Ho letto recentemente su Internazionale, un favoloso articolo di Katie Roiphe pubblicato sul Finanacial Times sull’illusione del controllo da parte dei genitori moderni.
Non poteva trovarmi più d’accordo.
L’ovulo viene fecondato e un neogenitore comincia il viaggio nella pianificazione del figlio perfetto.
L’aumento dell’età media del primo figlio nelle coppie moderne può essere uno dei motivi per cui i neogenitori intraprendono il viaggio all inclusive nel villaggio del genitore ineccepibile; si chiamano artisti per decorare la cameretta del nascituro, si prenotano vacanze con mini-club esclusivi, si fanno preiscrizioni per gli asili migliori.
La mania del controllo mista a moralismo e preparazione al sacrificio inizia già dalle prime settimane di gravidanza, dilaga rapidamente il terrore di commettere qualche fatale errore che comprometterà irreversibilmente il futuro neonato; ci sentiamo in colpa per un goccio di vino a tavola, veniamo guardate con diffidenza se gustiamo una fetta di salame o non laviamo la verdura fresca nel bicarbonato.
Sfogliamo riviste specializzate che propongono immacolate camerette dai lindi rivestimenti, passeggini dell’ultima generazione e coltiviamo inconsciamente l’immagine del pupo perfetto dentro quella stanza perfetta.
Ancor prima che nasca abbiamo già comprato paracolpi, paraspigoli, copri prese, sterilizzatori e sigillatori di pannolini puzzolenti, nascondiamo ogni oggetto contundente nel giro di qualche chilometro e accatastiamo, spendendo capitali pur di non inventare niente, scatole di giochi che intrattengano il piccolo in ogni secondo di veglia.
Bisogna proteggere il bambino dal freddo, dai germi, dall’umidità, dalle cadute, dagli odori, dalla noia, da se stesso.
Ma proteggerlo non vuol dire risparmiargli la bruttura del mondo che lo farà crescere, la solitudine e la noia che lo renderanno più inventivo, la cattiveria degli amici che lo renderanno avveduto.
In Italia c’è una battaglia senza quartiere a germi e batteri, i saponi all’Amuchina registrano il tutto esaurito nei supermercati e la politica del togliersi le scarpe prima di entrare in casa di bambini sta spopolando anche tra i miei amici, una volta ben poco igienisti.
Non serve a niente ricordare che un po’ di sana sporcizia aiuta di più a crescere un figlio sano che non farlo vivere in un ambiente asettico; la crociata del pulito non può essere fermata.
Il problema vero è che questi genitori non riescono a staccarsi dal permanente ruolo di genitori correndo il rischio di fondere il concetto di età adulta con genitorialità; agli appuntamenti diventa sempre più raro poter esprimere un concetto o conversare “da grandi” perché l’attenzione è sempre rivolta ai figli, bisogna vedere cosa stanno combinando, soffiargli il naso quando cola, fargli rispettare il politically correct del bambino educato, soddisfare ogni estenuante capriccio dei sempre più succubi bambini.
E’ invece curioso come la mia generazione sia cresciuta nel fumo passivo di genitori giovani e allegramente incoscienti, scolavo i bicchieri con i fondi di Lambrusco che mio nonno mi faceva assaggiare, non avevo para spigoli a proteggere la mia testa e non avevo scarpine anatomiche da settanta euro il paio, eppure sono venuta su lo stesso.
Il brutto mondo l’ho conosciuto attraverso le prepotenze di amici e le ingiustizie dei famigliari, vivevo in cortile con i bambini degli altri palazzoni popolari e mia nonna si sgolava quando doveva chiamarmi, e da qualche parte spuntavo, puzzolente e sudata, spompata dal cemento di quel far west di periferia.
Quando i miei genitori invitavano a casa gli amici, noi bambini potevamo fare quel che ci pareva, mentre i grandi giocavano a carte fino a tardi noi imparavamo a conoscere il mondo dei grandi ed i primi pruriti.
Non c’erano allora i manuali che riempiono oggi le librerie dai titoli tanto ridicoli quanto assurdi: “un padre quasi perfetto”, “nascere genitori”, diciamo che forse si cercava di usare il buon senso e la legge del come si può; la vita dei bambini non era satura di attività didattiche, musicali, artistiche o sportive, vigeva la regola non scritta del tempo morto e ognuno pensava a sé.
La giornalista si chiede, ed io con lei, se tutto questo pianificare e controllare ogni aspetto della vita dei nostri figli non nasconda qualche delusione o rimpianto negli adulti stessi, un matrimonio che non funziona più come un tempo, un sogno riposto troppo alla svelta nel cassetto, un desiderio di avventura.
Lasciamo che l’istinto dei nostri figli li guidi, non sarà una sbucciatura o un raffreddore in più a renderli meno forti mentre aiutarli a saper superare le delusioni e a conoscere le imperfezioni della vita gli darà gli strumenti per diventare adulti più felici.
inserito da erica vecchione---NOI DONNE
(16 Dicembre 2011)

sabato 5 novembre 2011

Dov'è la politica?


Sono una donna che sente il bisogno di condividere alcune riflessioni, in ordine sparso e per mancanza di spazio e tempo anche un po’ ‘schematizzate’.
Una donna che non ama ragionare per categorie, per la quale l’età, la fede, l’identità sessuale non sono categorie della politica, se non in quanto permettono di creare condizioni di pari opportunità e dignità per tutte. Una donna di sinistra che è cresciuta credendo nella politica come ‘servizio’, poi abbiamo imparato anche il valore della politica come ‘desiderio’ e dunque perché non ‘desiderio di rendere un servizio’ nella e alla società della quale facciamo parte, cioè noi stesse, con un modo di fare politica diverso, il valore aggiunto della politica ‘agita’ dalle donne.
La politica, appunto, quella che mi aspettavo di trovare nel Congresso UDI di Bologna, declinata in discussione, per quanto aspra potesse essere, confronto e proposte sul tempo e la realtà nella quale viviamo. Mi aspettavo di sentire le voci delle donne dell’UDI sulla proposta di legge del 50&50, sulla riforma delle pensioni che penalizzerà ancora una volta pesantemente le donne, sulle giovani done che rischiano do non lavorare mai, sul tema della conciliazione di tempi ed orari, e potrei continuare a lungo su tutte le questioni che riguardano la ‘qualità e dignità della vita’ delle donne ( e non solo). Ebbene, tranne pochi interventi, quello della Direttrice di Noi Donne, cui ho voluto scrivere in quanto da sempre punto di riferimento per l’UDI, di alcune donne di Roma, di una donna dell’UDI di Catania e perfino di una donna colombiana e dunque ‘lontana’ dalla realtà italiana e poche altre di cui non ricordo il nome che hanno cercato in qualche modo di ‘mettere i piedi nel piatto’, della politica ho perso quasi subito le tracce. Anzi, ho sentito con dolore spirare quasi subito il vento dell’antipolitica, in nome di una malintesa (a mio parere) autonomia tout court dai partiti e organizzazioni che della politica fanno la loro ragion d’essere, (lo stesso vento che da troppi anni spira a raffiche impietose sul nostro Paese). L’episodio emblematico di tutto ciò è stato il rifiuto a confrontarsi nel congresso con donne delle istituzioni, prima ancora che della politica, Rosy Bindi una per tutte, perdendo così l’occasione di manifestare loro insoddisfazioni e istanze, di ‘inchiodarle’ alle proprie responsabilità e perché no, contestarle per l’eventuale mancato impegno ‘dalla parte delle donne’.
Invece ho visto giovani donne fare della giovane età un valore assoluto, quasi proclamandosi ‘rottamatrici ‘ dell’UDI ma non le ho sentite parlare di politica, ne ho sentite altre fare interventi al limite dell’intimidazione verso le, non poche, voci critiche sugli ultimi anni di gestione politica dell’UDI, che per qualcuna arriva ad identificarsi con la persona della Delegata Nazionale in carica fino al Congresso (ma il partito ad personam non c’è già?), ho sentito parlare di ‘rapporti personali’come motore dell’agire politico, di madri che ‘uccidono’ le figlie, di donne che hanno fatto la storia dell’UDI come Medee incapaci di mettersi da parte. La ‘critica’ è stata definita ‘delegittimazione’, quando non ‘aggressione’ e (sic) ‘vendetta’.
Fino ad assistere ad un’invereconda mise en scéne dell’indignazione, (verso chi o cosa non l’ho ancora capito e me ne scuso…) che si sottraeva subito dopo al confronto aperto in sede di dibattito, dimostrando così di aver ‘rottamato’ anche i fondamentali della democrazia.
Si potrebbe pensare che “la situazione è grave ma non è seria” ma invece a mio parere è terribilmente seria, anzi pericolosa e triste perché ho visto in due giorni quello che non mi sarei aspettata, una deriva culturale e di linguaggio, specchio in piccolo di quella che affligge il nostro Paese, un metodo che si è fatto ahimè sostanza in quest’occasione e che mi ha ricordato la peggior politica e gestione di potere declinata al maschile.
Mentre intorno a noi il Paese brucia…
O sono l’unica ingenua donna di 50 anni ma con un suo passato politico che crede che l’UDI sia un’organizzazione che fa politica nel mondo reale e non in un altrove tanto ‘puro’ quanto ‘indistinto’ , autoreferenziale e incapace di incidere sulle cose, nello stesso mondo reale di partiti ed organizzazioni con i quali ( non con tutti) si troverà in sintonia a volte, altre in aperto disaccordo.
Sono l’unica donna che vuole un’UDI che dia voce alle donne, “amiche, complici, amanti” o meno, che dia loro proposte, risposte un’UDI insomma che come tutte noi dovremmo fare, ‘si sporchi le mani’?
Marilù Cafiero, Roma
(04 Novembre 2011)

venerdì 7 ottobre 2011

Barletta: un evento che ci riguarda tutte ci responsabilizza ancora di più



Un commento alla morte delle operaie tessili di Barletta rimaste coinvolte nel crollo di una palazzina.
Da sempre, ogni 8 marzo in un modo o nell’altro qualcuno racconta l’origine di quella giornata, che fra critiche e consensi comunque ha accompagnato la nostra vita e impegno di donne. Si dice, si racconta che la ricorrenza ebbe origine o fu dedicata alle operaie di una fabbrica tessile di New York che morirono bruciate, dopo giorni e giorni di sciopero… Questa storia mi è tornata in mente mentre leggevo le cronache della tragedia di Barletta, mentre mi domandavo come, in quale modo queste morti tragiche di giovani donne potevamo non solo accompagnarle con il nostro dolore e la nostra rabbia ma non abbandonarle, accettando che come tante altre terribili notizie in pochi giorni svaniscano dalla cronaca e dalla storia; mentre sentivo il bisogno urgente di dire o scrivere qualcosa quasi per dire seppur con parole senza originalità che questo tragico avvenimento riguardava anche me.
Matilde, Tina, Antonella, Giovanna e Maria la figlia dei proprietari del “laboratorio” è stato scritto e detto in decine di articoli e lo ripeto soltanto, erano donne giovani come tante altre, che mentre noi leggiamo e scriviamo continuano piegate al loro lavoro in infiniti scantinati d’Italia, pensando che a loro non capiterà, magari continuando a scherzare, parlare, raccontarsi per far passare il tempo del lavoro nel migliore dei modi, come facevano le mondine che per darsi forza cantavano canzoni arrivate a noi come testimoni di un coraggio e di una vitalità che non s’arrende. La tragedia di Barletta è grande, enorme, umanamente e simbolicamente, per questo, per essere un piccolo spaccato di miglia di altre donne che oggi nel nostro paese al Sud soprattutto ma non solo si adattano si arrangiano ad accettare ogni condizione, senza neanche pensare di contestare perché comunque: c’è almeno “quel poco” con cui aiutare la famiglia o il proprio stesso futuro. Una storia che va detto non è certo nuova, se pensiamo per quanti decenni si è parlato dei caporali che “radunavano le donne" in pulmini, quando gli immigrati erano di là ancora da venire e le portavano a lavorare nelle campagne a prezzi stracciati analoghi a quelli delle nostre operaie.
Ma proprio perché si è lottato tanto per migliorare la condizione dei lavoratori,delle donne abbiamo pensato per anni che alcune pratiche di sfruttamento totale potessero essere superate e che le condizioni fossero cambiate per sempre.
Invece in questa Italia che decade e affonda, proprio sul lavoro come sottolinea efficacemente la copertina di NOI DONNE, la condizione delle donne nella società, nel lavoro è divenuta,a loro spese, la cartina di tornasole del fallimento di un paese, governato in modo indecente. Ma rabbia, malessere dolore non possono farci fermare alla constatazione dei fatti senza pensare a che fare, cosa dire. E allora, non a caso ho scelto NOI DONNE per dire in qualche modo anche la mia e unirmi alla lettera aperta che Tiziana Bartolini ha rivolto a Susanna Camusso ed Emma Marcegaglia dal titolo: Lavoro,Un patto di donne.
Nella lettera di Tiziana vi è una frase che oggi pensando a Barletta appare profetica: "Il lavoro femminile è sottopagato e sempre più precario,anche quando le donne esprimono professionalità qualificate…” Le nostre donne di Barletta credo che dobbiamo dire che svolgessero professionalità qualificate perché solo per questo si riesce a fare bene in condizioni così precarie, in un “impresa manifatturiera" di cui oggi riesce difficile dire tutto il male che andrebbe detto e che sappiamo, per non infierire sul dolore di genitori che lì hanno perso la figlia Donne che se ci fossero state le condizioni solo di qualche anno fa sicuramente sarebbero state bene in alta sartoria ..per produrre quella qualità che ci ha resi famosi nel mondo per i nostri marchi e che oggi viene sostituita in tanti casi da una rincorsa a fare, seppur con tutto il rispetto, quel che fanno i laboratori dei cinesi. Pur di poter scrivere in una concorrenza al ribasso Made in Italy.
Che fare allora? Rafforzare il confronto fra le donne, in ogni realtà dove sia possibile ottenere dei risultati, far crescere la consapevolezza femminile, chiedere a chi ha ruoli di usarli, essere consapevoli che siamo tutte in gioco e “ricacciate” indietro ma anche che come donne abbiamo una forza,una capacità da spendere .. quella forza che chi sa con quanta convinzione: Matide, Tina, Antonella, Giovanna e Maria mettevano nel proprio lavoro e nel proprio impegno convinte di farcela.
E ce l’avrebbero fatta se una società in tante sue espressioni, così poco seria, superficiale, decadente, colpevole tanto da annullare il buono che pure c’è, come la nostra, non avesse ritenuto che le crepe di un palazzo possono essere, non così gravi. Di crepe per altro considerate ininfluenti siamo circondati ma questo governo non sembra preoccuparsene più di tanto mentre il mondo ci guarda sgomento e incredulo..
inserito da paola ortensi--Noi Donne
(05 Ottobre 2011)

lunedì 5 settembre 2011

Il coraggio di Concetta


l coraggio di Concetta affogato in un bicchiere di acido muriatico
Alcune donne, che avevano deciso di collaborare con gli inquirenti, si sono suicidate con l'acido muriatico, vanificando il coraggio di scegliere di schierarsi contro le organizzazioni criminali d'appartenenza.
inserito da Maddalena Robustelli
Sono trascorsi pochi giorni dalla morte della trentunenne Concetta Cacciola, collaboratrice di giustizia, a seguito delle tremende lesioni interne causate dall’acido muriatico ingerito. La scorsa primavera aveva deciso di raccontare le storie della malavita calabrese, vissute indirettamente perché nipote del boss Gregorio Bellocco e moglie di Salvatore Figliuzzi, altro esponente delle organizzazioni criminali locali. Il programma di protezione concessole dallo Stato aveva determinato l’allontanamento dai figli, confinata com’era in una località segreta del Nord. Ad agosto, però, è rientrata a Rosarno per rivedere i suoi cari e di lì a pochi giorni è stata ritrovata morta suicida. Per dirla con le parole di don Marcello Cozzi, rappresentante in Basilicata dell’associazione Libera, ci troviamo di fronte ad una doppia sconfitta dello Stato perché, se realmente Concetta ha deciso di morire, è probabile che questa scelta sia stata suffragata da un insufficiente programma di protezione, che l’aveva lasciata sola con la sua decisione di collaborare con la giustizia; diversamente, se è stata “suicidata”, occorrerà che ci interroghi sull’effettiva qualità delle misure poste a garanzia della sua vita. Questa seconda ipotesi appare quantomeno da prendere in considerazione, perché nel giro di 5 mesi ben 3 donne, che avevano deciso di infrangere il muro di omertà imposto dalle famiglie malavitose, hanno subito la stessa morte, ossia per il tramite dell’acido muriatico. Così, come per Concetta, è stato per Orsola Fallara, dirigente del settore bilancio e finanza del comune di Reggio Calabria, e per Santa Buccafusca, moglie di un boss delle cosche vibonesi. Sono proprio le medesime modalità di morte a gettare ombre su questi suicidi, perché fa specie che chi decida di togliersi la vita utilizzi un mezzo che causa sofferenze e dolori lancinanti, prima che si esali l’ultimo respiro. Parrebbe un messaggio occulto da far comprendere a quante abbiano la tentazione di diventare informatrici, consentendo agli inquirenti, per il tramite dei loro racconti, di ottenere risultati positivi sul fronte della lotta e del contrasto alle organizzazioni criminali. Adriana Musella, presidente di Riferimenti, il Coordinamento nazionale antimafia, recentemente ha chiesto alle donne di mafia un atto di coraggio per emanciparsi dai vincoli con le “famiglie” malavitose, in nome dei loro figli. Evidentemente si è di fronte ad una parziale presa di coscienza sul tema in questione, determinata dalla consapevolezza e la volontà di contribuire a costruire un mondo ed una vita migliore per sé e per i propri congiunti. Ne è prova evidente Denise Cosco, figlia diciottenne di Lea Garofalo, collaboratrice di giustizia, uccisa nel 2009 alla periferia di Milano e sciolta nell’acido per ordine del suo compagno, Carlo Cosco. Questa giovane donna ha deciso di onorare la memoria ed il coraggio della madre costituendosi parte civile contro il padre ed il sistema che egli rappresenta, perché, come scrisse Denise in un sms, non sapeva più cosa fare. “Così fanno fuori pure me, devo stare zitta e basta”, ma quel “basta” deve esserle apparso un macigno così tremendamente pesante da farle perdere ogni speranza nel futuro. Lei che, invece, vuole essere una ragazza normale con i suoi diciotto anni, desiderosa di aprirsi ad un mondo normale che non ha mai conosciuto, costretta, come è stata, o a nascondere la sua infanzia con la madre sotto il programma di protezione, o ad annullarsi come adolescente sotto le leggi dell’antistato, perché dopo l’uccisione di Lea fu obbligata a ritornare da Milano in Calabria. Denise con un atto di coraggio è riuscita a superare il tormento della condizione ambivalente di figlia ed orfana di mafia e costituendosi parte civile nel processo contro il padre spera di assicurare a sé ed ai propri figli un futuro di vita e non di morte. La sua volontà, però, da sola non basta, occorre che la sua decisione sia suffragata da un adeguato sistema di garanzie a tutela della sua incolumità. Non vorremmo che mai assaggiasse l’acido muriatico, come è stato in questi ultimi mesi per Concetta, Orsola e Santa e qui entra in gioco la credibilità dello Stato, che deve assicurare a chi sceglie di collaborare con gli inquirenti una vita sufficientemente dignitosa. Concetta, probabilmente, è morta perché, ritornata in Calabria per rivedere i figli, lasciati al momento di entrare sotto il programma di protezione, non ce l’ha fatta a sopportare le pressioni causate dalla sua scelta di contravvenire alle regole dell’omertà malavitosa. Un fenomeno nuovo, sfuggito al controllo dei clan criminali, rischia conseguentemente di trovare le istituzioni pubbliche incapaci di governarlo e atte a vanificare l’audacia messa in campo da queste donne nella costruzione di un mondo nuovo per i loro cari e di riflesso per tutti noi. Denise, pensando al suo presente, ha detto di recente: “ripongo una grande speranza in questo processo”, la speranza di una rinascita avvenuta nel nome della madre e di quante come lei hanno deciso o decideranno di non essere corresponsabili di un sistema fatto di soprusi, violenza e morte.


sabato 27 agosto 2011

Ma le donne no. Come si vive nel paese più maschilista d'Europa



“La libertà è avere dei diritti – scrive Caterina Soffici – e delle leggi che li tutelano. La libertà è quando puoi reagire al sopruso. Quando puoi farcela camminando sulle tue gambe, senza dover chiedere favori...
inserito da Loredana Massaro
Leggete questo libro. Leggetelo tutto d’un fiato. Lo leggano soprattutto le donne ma lo leggano anche gli uomini. Uno dei concetti che mi ha colpita e che mi vado ripetendo ormai da giorni, è questo: “banalmente persone”. Così scrive la giornalista Caterina Soffici, perché non siamo considerate “persone” ma siamo considerate “donne”, persone solo nell’accezione della differenza di genere. È così che ci considerano gli uomini ma è così che si considerano anche tante donne.

Dal dopoguerra in poi in Italia abbiamo operato una sorta di marcia indietro, l’uguaglianza è solo una bella parola, se le banali persone, di cui prima parlavamo, non sanno che farsene. Ecco l’involuzione dei nostri giorni e un duplice problema: o non abbiamo voluto difendere il principio di uguaglianza per pigrizia, per furbizia, per comodo o, in seconda ipotesi, i poteri forti che reprimono, sono troppo forti per essere sconfitti.

Le donne che oggi si pongono il problema sono viste come delle “passatiste”, un folklore fuori luogo, il Sessantotto è finito, gli anni Settanta sono andati e per chi avesse la buona volontà di pensarci su, c’è un sorriso di compatimento. Salvo poi indignarsi per l’ultimo disumano fatto di cronaca che è accaduto proprio sotto casa nostra. Niente di cui meravigliarsi, una società violenta, che esclude, genera violenza e tocca a noi porre fine al circolo vizioso.

E per iniziare le discriminazioni sui posti di lavoro. Le donne vengono pagate meno degli uomini o impossibilitate ad accedere ai ruoli di dirigenza. Qualcuna ce l’ha fatta. Lilly Ledbetter è una donna che da sola, è riuscita a vincere una causa contro una delle multinazionali più potenti d’America, è fautrice di una legge contro le discriminazioni sul lavoro, la prima legge firmata tra orgoglio e commozione dal presidente degli Stati Uniti, Obama Barack, il 29 gennaio 2009, a ridosso del mandato presidenziale. I due si abbracciano e scendono le lacrime alle dieci e mezza di un freddo mattino a Washington. Un coraggio e una forza morale tali da vincere un colosso come la Goodyear.

In tema di diritto del lavoro, il divario che emerge tra la giurisprudenza italiana e quella emanata dai parlamenti di paesi europei a noi tanto vicini, lascia davvero sbalorditi. Fantascienza e medioevo convivono a pochi chilometri di distanza, separati da una fitta rete di leggi e sostegni economici che proteggono le donne sul lavoro: leggi contro il mobbing, contro la discriminazione delle madri, leggi sul part-time, periodo di aspettativa fino a tre anni per le neomamme, congedo per paternità fino a dodici mesi, assegni familiari “veri”, garanzia dell’80% o del 100% della busta paga nei periodi di malattia del figlio, defiscalizzazione sul lavoro di colf e baby-sitter, la certezza di un posto all’asilo nido, sussidi pubblici a sostegno della natalità, promozioni e avanzamenti di carriera comunicati addirittura durante la maternità.

Intanto in Italia quella che la ministra Stefania Prestigiacomo ha cercato di far passare in Parlamento fino alle lacrime, è la legge sulle quote rosa, le votano contro e la legge non passa. Sarebbe potuta essere una insperata opportunità per le donne italiane e invece finisce con la bocciatura e l’elargizione dei sorrisi di Berlusconi a destra e a manca dell’aula parlamentare a significare “faremo come se…” e il pianto della Pdl Prestigiacomo che degli anni Settanta, ahimé, non ha davvero nulla. E correlato, il velinismo e la prostituzione che conquista seggi nel parlamento italiano, seggi nel parlamento europeo, conquista ministeri. Così se il parlamento non approva le leggi sulle quote rosa, riserva a donne posti (pochi!) in parlamento, ossia li riserva a donne che elargiscono i loro favori agli uomini politici italiani. Qui forse qualcuno reagisce al torpore generale, non fosse altro per quel retaggio cattolico e un po’ bigotto che ogni italiano e italiana si trascina dietro da sempre.

Infine la pubblicità e i mass media, la dittatura della bellezza e della giovinezza, il corpo delle donne usato come oggetto per vendere oggetti sessuati, per esempio abiti indecenti, che spingono a vestirci in modo altrettanto indecente. Le immagini pubblicitarie che le multinazionali diffondono a valanga nel nostro paese e che, in assenza di divieti legislativi e regolamentazioni, operano una coercizione e una violenza morale che in altri paesi dell’Unione europea, non è permessa in quanto offensiva della dignità delle persone. Comprovati studi scientifici sulla mente umana, hanno constatato che se un messaggio arriva martellante sulla corteccia cerebrale, uomini e donne saranno portati a ritenere le false credenze come vere e quindi a farle proprie. È così che successe con la propaganda nazista contro gli ebrei.

(4 agosto 2011)

di Loredana Massaro